Il simbolico e la simbolica

Per una educazione alla dimensione simbolica

André Fossion

1. Il simbolico e la simbolica

La nozione di «simbolo» è complessa. Il suo significato varia a seconda dei contesti, delle discipline o degli autori.

«Nessun quadro teorico, sottolinea Marc Girard, s’impone veramente. Tra la psicologia sperimentale, l’antropologia e la storia delle religioni, non esistono punti di convergenza; i vari tentativi di definire dei denominatori comuni non sono né chiari né esaustivi. (…) La nozione stessa di simbolo varia considerevolmente da un autore all’altro e da una disciplina all’altra».[1]

Malgrado questa differenza e senza volerla minimizzare, ci sembra tuttavia possibile distinguere due grandi campi di significato del termine «simbolo».[2]

Li presentiamo brevemente, dapprima separandoli in modo netto, e poi vedendone le relazioni.

IL SIMBOLO COME SEGNO DI RICONOSCIMENTO: «IL SIMBOLICO»

Il simbolo è un segno di riconoscimento, un operatore di alleanze. Questa è la prima definizione del termine «simbolo» che prenderemo in considerazione.

Il patto simbolico antico

Per comprendere questa prima definizione, ci possiamo riferire all’antica pratica del patto simbolico. Nell’antichità, il simbolo designava i frammenti di un oggetto (legno, metallo, vasellame…) che venivano spartiti tra i membri di un’alleanza e poi trasmessi per via ereditaria in modo che i loro discendenti – una volta lontani nello spazio e nel tempo – potessero riconoscersi come alleati.

«Il simbolo, scrive Edmond Ortigues, è una garanzia di riconoscimento, un oggetto spezzato in due e distribuito a due alleati. Essi avrebbero dovuto conservare ognuno la sua parte per poi trasmetterla ai loro discendenti di modo che quegli elementi complementari di nuovo riavvicinati permettessero, attraverso il loro combaciare, di far riconoscere i possessori e di attestarne i legami di alleanza contratti anteriormente».[3]

A partire da quest’esempio di patto antico, possiamo operare delle distinzioni tra «simbolo», «operazione simbolica» e «ordine simbolico»:

– i «simboli» sono i segni dell’alleanza stipulata;

– l’«operazione simbolica» non solo è la conclusione dell’alleanza, ma anche la sua trasmissione e il suo riconoscimento grazie ai simboli;

– l’«ordine simbolico» (o «il simbolico») è la realtà dell’alleanza stessa, con le sue esigenze di fedeltà e di solidarietà, in cui i soggetti sono impegnati.

Simbolico/diabolico

Il «simbolico» nel senso in cui l’abbiamo appena definito si oppone al «diabolico». L’etimologia di questi due vocaboli è, al riguardo, molto istruttiva. Il verbo greco symballein significa «mettere insieme», «adattare», «riunire», «scambiare», «conversare», «commerciare», «trasmettere delle convenzioni». Tutti questi significati definiscono, in modi diversi, l’esercizio positivo della comunicazione umana. Il verbo diaballein – che fornisce l’etimologia di «diabolico» o di «diavolo» – significa invece «separare», «disunire», «mettere in disaccordo le persone», «inimicarle», «spargere il sospetto», «avere odio», «dire del male», «ingannare», «mentire», «indurre in errore». Tutti questi verbi esprimono non un’assenza di comunicazione, ma la sua perversione.[4] Il diabolico designa così la situazione inversa a quella dell’alleanza. L’opposizione simbolico/diabolico si situa – è evidente – sull’asse etico delle relazioni umane.

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La molteplicità dei simboli

Diversi e molteplici sono i simboli attraverso cui gli esseri umani esprimono e manifestano le loro alleanze. Ne diamo, senza un ordine preciso, alcuni esempi. Una parola d’ordine è un simbolo. Le sciarpe dei tifosi di una squadra di calcio, la bandiera di una nazione, un distintivo all’occhiello, i colori di un partito politico (rosso la sinistra, azzurro la destra, verde gli ecologisti) sono simboli, segni di riconoscimento. Anche alcune parole o espressioni possono essere cariche di significati simbolici: per esempio il dire «fratelli» o «compagni» traduce un’appartenenza. I modi di vestirsi, di pettinarsi hanno un valore simbolico.

I tatuaggi sulla pelle delle tribù africane non hanno una funzione estetica, sono anch’essi segni di appartenenza. Pensiamo anche alla circoncisione di tradizione ebraica. Il regalo è un simbolo, è il segno di una relazione. Ci si affeziona a un dono, non per l’oggetto in sé, ma perché segno di questa relazione. Anche i riti, le feste, i costumi sono realtà simboliche: sono l’esercizio di un’alleanza.

Così, la vita umana è colma di simboli che esprimono le appartenenze, le solidarietà reciproche. Tutti noi, senza nemmeno rendercene conto, continuamente decifriamo le alleanze degli uni e degli altri e situiamo noi stessi nell’ambito di queste alleanze.

«La vita quotidiana ci immerge continuamente in un mondo di riferimenti simbolici, che permettono di situarci come soggetti in un mondo culturalmente organizzato, socialmente regolamentato, insomma in un mondo dotato di senso e in cui possiamo orientarci. (…) È grazie a mille ‘dettagli’ simbolici, dallo stile del mobilio e dell’arredo del salone in cui si entra, fino all’accento e ai ‘modi’ dei nostri interlocutori, passando per il modo di vestire ‘sobrio’ o ‘pomposo’, ecc. – cose che appartengono all’ordine del simbolo perché ci definiscono come ‘soggetto’, con il nostro ‘mondo’ culturale, in rapporto con altri ‘soggetti’ e il loro mondo – che con sincerità si potrà comunicare oppure, sentendoci a disagio, accontentarci di cortesi banalità…».[5]

Il linguaggio come simbolo

Tra i molteplici e diversi simboli di cui abbiamo dato alcuni esempi, è necessario dare particolare risalto al linguaggio.

Anzitutto occorre notare che le singole lingue sono eminentemente simboliche. Esse creano solidarietà e cementano l’unità. La lingua madre ci rende solidali con una determinata comunità linguistica.[6]

Al di là della diversità delle lingue, il linguaggio in generale può essere considerato come il più potente legame del tessuto sociale. Il linguaggio permette ai locutori di conversare, di «intrattenersi», di «stare insieme» nell’esistenza. Il linguaggio è ciò che «sta tra» gli umani; è il «medium», il «mezzo», l’«ambito» della comunicazione interumana; è grazie al linguaggio che un «io» può esistere per un «tu» e costituire insieme un «noi». In altre parole, il linguaggio è il simbolo, l’operatore d’alleanza per eccellenza.

Ben inteso, questa funzione simbolica del linguaggio non è a sé stante; è continuamente minacciata dal diabolico, da un uso perverso del linguaggio, da uno sviamento delle finalità della comunicazione. Almeno due sono le condizioni necessarie al buon funzionamento del linguaggio.

Da una parte, è necessario che ogni parola rivolta apra contemporaneamente lo spazio per una risposta: parlare con qualcuno significa necessariamente dargli la parola.

Dall’altra è necessario che per amor di verità venga sempre lasciata una certa distanza tra ciò che si dice e il reale, poiché il reale è sempre più ricco di quanto se ne può dire. Senza accettare questa distanza si riduce il reale a quel che se ne dice e all’immagine che ci si è fatta.

E contemporaneamente, pretendendo di detenere la verità in modo assoluto, si chiude ogni spazio per lo scambio, per il dialogo con gli altri. Il linguaggio perde così la sua funzione simbolica.

È quello che succede ai «linguaggi totalitari» di uso privato o pubblico. Si tratta di linguaggi «a senso unico»: un unico senso s’impone unilateralmente da A verso B.

L’ordine simbolico, una realtà e un compito

L’ordine simbolico (l’ordine dell’alleanza, della comunicazione, del reciproco riconoscimento) non è un’appendice dell’esistenza umana; esso la costituisce. La definizione di soggetto è pertanto relazionale; l’«io» esiste solo in relazione all’altro e grazie a lui. Vivere è riconoscersi «uno tra gli altri», decentrarsi e allearsi con gli altri, superando insieme la tentazione all’isolamento o al dominio.

Ogni essere umano da prima della sua nascita è assoggettato all’ordine della comunicazione. È davanti a noi come imperativo e allo stesso tempo è il più profondo oggetto del desiderio. «Il desiderio, dice Françoise Dolto, è il richiamo alla intercomunicazione umana».[7] Di fatto, nascere è capitare dentro un ordine simbolico – familiare, sociale, linguistico, culturale – che ci precede, ci dà un nome, ci chiama a dire «io» e a diventare soggetti per altri soggetti. Il bambino accede all’ordine simbolico, in modo tipico ed esemplare, al momento della crisi edipica. Oggi si sa come essa è intimamente legata all’apprendimento del linguaggio. È imparando a dire «io» che il bimbo, con minore o maggior successo, supera la prova decisiva della separazione che lo limita, ma che allo stesso tempo gli permette di riconoscere gli altri nella loro diversità e di entrare da soggetto nell’intercomunicazione umana.

L’ingresso nell’intercomunicazione non si porta mai a compimento. Se l’ordine simbolico è sempre una grazia che ci precede, è anche e comunque un compito da assolvere. Compito difficile, affidato alla nostra libertà, che ci richiama di continuo a non cedere ai demoni (il diabolico) della paura e della violenza.

IL SIMBOLO COME CONDENSATO E RAFFIGURAZIONE DI SIGNIFICATI: «LA SIMBOLICA»

La seconda definizione di «simbolo» ci sollecita ad un altro tipo di riflessione. Il simbolo sarà definito come un segno che, al di là del suo senso immediato, condensa e raffigura significati ricchi, complessi, altrimenti inesprimibili.

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Il processo di condensazione e di raffigurazione

La «simbolizzazione», nel senso in cui l’abbiamo appena definita, è quel processo che consiste nell’evocare globalmente (condensazione) dei significati complessi in una particolare figura (raffigurazione). Tale figura può essere un oggetto, un gesto, una parola, un’immagine, una metafora, un racconto, ecc. Poiché è carica di significati complessi, richiede di essere decifrata e interpretata. In questo senso, come sottolinea Ricoeur, contrariamente ai segni tecnici il simbolo è opaco; esso richiama ad una lettura che mira, attraverso e oltre la prima e immediata interpretazione, ad altri significati più profondi.

«Al contrario dei segni tecnici, perfettamente trasparenti, che esprimono solo quello che vogliono esprimere nel momento in cui pongono ciò che è significato, i segni simbolici sono opachi perché il loro senso primario, quello letterale, evidente, mira esso stesso analogicamente ad un senso secondo, che non è dato se non in lui. Questa opacità è la profondità stessa del simbolo, come si vedrà inesauribile».[8]

Gli universi simbolizzati

In linea di principio, tutto può essere evocato in modo simbolico e tutto può diventare simbolo. Tuttavia, si possono distinguere quattro ambiti che si prestano in modo particolare alla simbolizzazione.

L’inconscio individuale

La psicanalisi ha scoperto la potenza dell’inconscio nello psichismo umano. Ha attirato l’attenzione sul fatto che la vita di ognuno di noi, senza che ce ne rendiamo conto, porta le tracce della nostra storia personale, in particolare della nostra primissima infanzia. Non ne serbiamo più il ricordo, ma essa dimora fortemente attiva nel nostro psichismo, nella memoria viva del nostro corpo. Abbandoniamo la nostra infanzia, ma l’infanzia non ci abbandona. Il nostro linguaggio, i comportamenti, le angosce, i sogni, le ossessioni, ecc. ne sono segnati. Queste impronte si possono dire «simboliche» nel senso in cui per condensazione, spostamento e raffigurazione, manifestano e nascondono contemporaneamente questa storia inconscia che dà al nostro psichismo la sua struttura. L’analisi, nel senso psicanalitico del termine, è in qualche misura uno sforzo del soggetto per decifrare le sue impronte e per ridurre, per quanto possibile, (anche solo parlandone) lo scarto – talvolta troppo doloroso – tra le proprie condizioni reali di esistenza, le rappresentazioni che ce se ne fa e le strutture inconsce del nostro psichismo.

La storia personale cosciente

Essa può essere ugualmente simbolizzata. Un oggetto, una foto possono essere simbolo di un avvenimento passato e dunque mantenerne viva la memoria. Quello stesso avvenimento del passato può essere eretto a simbolo, in ragione del suo carattere decisivo o esemplare. Gli esseri umani sono abituati a marcare il loro ambiente con simboli che ricordano la loro storia, che esprimono i loro valori, le loro aspirazioni e le loro convinzioni.

La storia collettiva

I popoli – e non solo gli individui – tentano di simbolizzare la loro storia, i loro valori, le loro aspirazioni, il loro credo. La Bastiglia, la torre Eiffel, il muro di Berlino, il campo di Auschwitz, ecc. sono simboli della storia collettiva. Essi ne mantengono viva la memoria e esprimono un insieme di aspirazioni o, al contrario, di avversioni.

Il dramma comune dell’umanità

Ciò che può essere simbolizzato non è solamente la storia individuale dei soggetti o dei popoli, ma, si potrebbe dire, il dramma continuamente rivissuto dall’umanità con le sue tensioni e domande fondamentali: l’origine e la fine della vita, la nascita, la morte, l’amore, il sesso, la rivalità, l’affinità d’idee, l’angoscia, la speranza, ecc. Tutte le culture producono opere (miti, leggende, racconti, romanzi…) che simbolicamente esprimono il dramma dell’esistenza umana.[9] È questo il motivo per cui queste opere rivestono spesso una funzione iniziatica.

La simbolica

«La simbolica» designa un insieme organizzato di simboli. Si parlerà, ad esempio, della simbolica di un autore, di un’opera d’arte, di una cultura, di un popolo, di una religione. E si parlerà anche della simbolica dei sogni, delle forme, dei colori, degli spazi, ecc. A seconda dei casi, l’analisi di queste simbologie si richiamerà alla critica letteraria, alla psicologia del profondo, all’antropologia culturale, alla storia dell’arte, della filosofia o delle religioni.

I RAPPORTI TRA «IL SIMBOLICO» E «LA SIMBOLICA»

Abbiamo distinto chiaramente il «simbolico» dalla «simbolica» a partire dai due significati del termine «simbolo». Passiamo ora a vederne i rapporti.

Osserviamo subito che un simbolo inteso come operatore di alleanze (primo significato) non è necessariamente un simbolo inteso come condensazione e raffigurazione di significati complessi (secondo significato) e viceversa. Esiste infatti un’autonomia e una separazione reale delle due definizioni del termine. Una parola d’ordine, per esempio, è un simbolo, un segno di riconoscimento (primo significato), ma non possiede alcuna funzione di condensazione e raffigurazione di significati complessi (secondo significato). Al contrario, un sogno che è simbolico nel secondo significato del termine non riveste alcuna funzione simbolica nel primo significato del termine.

Detto questo, bisogna sottolineare che i simboli, in quanto segni d’alleanza, sono spesso anche segni carichi di significati.

In altre parole, i segni di riconoscimento che si scambiano gli alleati vengono scelti spesso per il potere simbolico del significato. Così, per esempio, la scelta del verde, come segno di riconoscimento degli ecologisti, è motivato dal fatto che il verde rappresenta la natura.

In questo caso, il verde è simbolo in ambedue i sensi del termine: è segno di un’alleanza e, contemporaneamente, espressione simbolica di ciò su cui è fondata (l’amore per la natura, il rispetto per l’ambiente). Decifrare un simbolo è perciò comprenderlo sia come segno di appartenenza che come veicolo di significati. Queste due operazioni di decifrazione possono essere scisse: per esempio io posso vedere nella torre Eiffel il simbolo di Parigi o della Francia senza però percepire che essa raffigura l’industrializzazione conquistatrice del XIX secolo.

2. Il simbolo nel cristianesimo

Sulla base di quanto abbiamo detto sul simbolismo, in questa seconda parte metteremo in evidenza i diversi aspetti e modi di funzionamento della dimensione simbolica nel cristianesimo. L’ordine dei sei punti che via via sottolineeremo sarà importante tanto quanto il loro tenore.

I primi due punti si riferiscono alla prima definizione della parola «simbolo» e riguardano «l’ordine simbolico» cristiano.

Gli altri quattro si riferiscono alla seconda definizione di simbolo e quindi riguardano piuttosto «la simbolica» cristiana. Le due definizioni non sono tuttavia separabili; «il simbolico» si basa sulla «simbolica», e questa rende possibile «il simbolico».

§ Il cristianesimo costituisce un ordine simbolico specifico che assume e riconfigura, senza sopprimerlo, il campo delle diverse alleanze umane.

Il cristianesimo è un’alleanza in cui i propri simili vengono riconosciuti come fratelli e sorelle in Gesù Cristo, come figli e figlie di Dio, destinati ad una vita che non finirà. Si tratta di un agire comunicazionale, un modo di essere in relazione. La vita cristiana è infatti l’esercizio di una relazione fraterna e di una riconoscenza/riconoscimento filiale, nel nome di Gesù Cristo.

È riconoscimento di un Dio che dona, a cui rendiamo grazie e che invita alla condivisione fraterna. Il Cristo è il simbolo, il mediatore o, in altri termini, l’operatore di questa alleanza; è per suo tramite che essa avviene, che essa è riconosciuta e comunicata. Ogni essere umano senza eccezione è invitato, dalla testimonianza dei cristiani, a riconoscere il dono offerto da questa alleanza.

L’adesione alla nuova alleanza offerta in Gesù Cristo guida alla partecipazione alla koinonia ecclesiale. La comunità cristiana è una specifica comunità che, nel mondo, dà testimonianza di questa grazia donata della fraternità e della filiazione, in nome di Gesù Cristo. La koinonia ecclesiale non sostituisce le altre alleanze umane (familiare, linguistica, sociale, nazionale, associative, ecc.) in cui i cristiani sono inseriti, ma le fa proprie e, quando è necessario, si sforza di reindirizzarle, imprimendo loro uno spirito di apertura e di fraternità universale in nome del Vangelo. La koinonia cristiana si mette così, nell’ambito delle prime alleanze, al servizio di una comunicazione fraterna – già cominciata – tra tutti gli esseri umani, invitandoli a riconoscere la loro comune filiazione – data già a partire dall’alba della creazione – in un Dio «Padre», affinché «la loro gioia sia piena» (1 Giov 1,4). La comunità cristiana è quindi un «simbolo», un operatore di alleanze in nome del Vangelo, tra tutti gli uomini, per la loro gioia più grande.

§ L’ordine simbolico che i cristiani vivono e testimoniano, ha i suoi simboli fondamentali (di numero limitato), che esprimono il duplice senso del termine simbolo.

Il cristianesimo, in quanto specifico ordine simbolico, ha dei simboli fondamentali che esercitano una doppia funzione: di riconoscimento (primo significato del termine simbolo) e di raffigurazione condensata del messaggio cristiano (secondo significato del termine simbolo).

Ecco con precisione i cinque simboli fondamentali del cristianesimo: il segno della croce, il libro delle Scritture, il simbolo degli Apostoli, i sacramenti e la preghiera del «Padre Nostro».

* Il segno della croce è il simbolo del cristianesimo per eccellenza; è il segno di riconoscimento e d’identificazione dei cristiani. Il semplice gesto di mettere un crocefisso nella propria casa indica l’appartenenza alla comunità cristiana e l’adesione alla fede. Il segno della croce è un simbolo di questa fede: raffigura in modo condensato il messaggio di salvezza: la potenza del peccato (la violenza) e la potenza ancor più forte dell’amore che salva dalla morte: «Là ove il peccato è abbondato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20).

* Il libro delle Scritture è un segno di riconoscimento, un operatore dell’unità dei cristiani nella stessa fede. È il documento di riferimento comune attorno al quale ci si riunisce. Storicamente definito in modo consensuale, il corpus delle Scritture costituisce la regola di fede dei cristiani che li riunisce in un solo corpo. Come libro, come volume, sta a simbolizzare la rivelazione di Dio e del suo disegno nella storia dell’umanità.

* Il simbolo degli apostoli esercita ugualmente una funzione simbolica nel duplice significato del termine. Confessare il Credo vuol dire, infatti, ricollegarsi alla comunità cristiana fondata sulla testimonianza degli Apostoli attraverso la proclamazione dell’essenza della fede. Il Credo è un segno di riconoscimento dei cristiani e, allo stesso tempo, l’enunciazione condensata della loro fede.

* I sacramenti sono operatori di alleanze: noi in Dio, Dio in noi, Dio tra noi. Essi sono l’esercizio di questa comunione. La rinnovano, l’attualizzano, esprimendo ogni volta, simbolicamente, l’insieme della storia della salvezza. I sacramenti, in tal senso, sono contemporaneamente «operatori» e «rivelatori»; operano ciò che esprimono. Così, ad esempio, l’eucaristia: il gesto eucaristico della frazione del pane è l’esercizio dell’alleanza in Gesù Cristo proprio mentre raffigura insieme l’offerta che Cristo fa della sua vita e il suo messaggio.

* La preghiera domenicale è eminentemente simbolica. È la preghiera per eccellenza che i cristiani recitano insieme. Ogni singolo la pronuncia, ma sotto la forma grammaticale del «noi». Pregare il «Padre Nostro» vuol dire legarsi a Cristo e, riprendendo le sue parole, vuol dire esercitarsi insieme alla comunione filiale con Dio e fraterna con gli altri.

* Aggiungiamo anche che la gerarchia della Chiesa è al servizio dell’ordine simbolico della nuova alleanza. Ne è il guardiano; controlla la salvaguardia dell’autenticità della fede e delle pratiche che tale fede implica.

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§ L’ordine simbolico cristiano sviluppa – nel suo linguaggio liturgico, catechetico, teologico, spirituale, artistico – tutta una simbolica attinta dalla Bibbia.

Cosa s’intende per simbolica biblica? Cosa ci permette di dire che una parola o un testo hanno un significato simbolico? Voler dividere le parole, i testi della Bibbia in simbolici e non, porta ad un punto morto. In nome di cosa e secondo quali criteri, si potrebbe operare la scelta tra ciò che è simbolico e ciò che non lo è?

In realtà tutto dipende dalla lettura. Nella Bibbia, ogni passo assurge a simbolo (secondo significato), dal momento che è situato nel complesso delle Scritture ed è letto come raffigurazione condensata della rivelazione di Dio e del mistero della salvezza in Gesù Cristo. In altri termini, un testo biblico è simbolico dal momento che viene percepito come espressione figurata del messaggio cristiano nel suo complesso. Alcuni semplici esempi: la narrazione del passaggio di Gesù sulle acque è simbolo della vittoria della vita sulla morte, della fiducia sulla paura, della parola sull’illusione; la figura del padre nella parabola del figliol prodigo rivela simbolicamente la gratuità della misericordia di Dio manifestata in Gesù Cristo; la Cena simbolizza la vita che Gesù ci dona e di cui il Vangelo ci narra. Questa lettura simbolica implica la capacità di stabilire delle relazioni tra gli elementi nell’ambito di un insieme. «Fintanto che l’elemento resta isolato, e quindi non si inserisce nell’insieme a cui appartiene, non ha funzioni simboliche, ma immaginarie».[10]

Quindi, la potenza simbolica delle parole o delle narrazioni all’interno del corpus biblico a cui appartengono, viene loro conferita non solo dagli autori della Bibbia, ma anche dalla tradizione di lettura. Le parole e i racconti della Bibbia si caricano, infatti, di significati simbolici nella misura in cui i lettori percepiscono le tante corrispondenze tra i diversi testi.

Così, ad esempio, le figure della manna, del pane, dell’acqua, del vino, del deserto, della montagna, del tempio, ecc. acquisiscono ricchi e complessi significati perché evocano più testi biblici, convogliandone in qualche modo il significato.[11] La potenza simbolica di un testo biblico risiede quindi nella sua capacità – più o meno grande – di essere messo in correlazione con altri testi, alla luce di una globale comprensione generale della Buona Novella della salvezza in Gesù Cristo. Lo studio della simbolica biblica ha come preciso obiettivo quello di dipanare le grandi reti di queste evocazioni intertestuali.

La Bibbia è la regola ispiratrice – la grammatica, si potrebbe dire – del linguaggio cristiano. È per questo che la simbolica biblica va oltre la Bibbia stessa. Essa costituisce per i cristiani un serbatoio di espressioni. Il linguaggio della liturgia, della catechesi, della teologia e della spiritualità, così come le espressioni artistiche della fede, ne sono pregne e se ne nutrono abbondantemente.

§ In una prospettiva di fede, la simbolica biblica può assumere i simboli dell’inconscio degli uomini, del dramma della loro storia.

La Bibbia s’inscrive nel discorso dell’umanità. A tal titolo, essa può assumere e riconfigurare, in una prospettiva di fede, simboli appartenenti a quelle culture che raffigurano la storia dell’umanità e il dramma costitutivo della sua esistenza.

Le figure bibliche del giardino dell’Eden, del serpente, del diluvio, della maternità verginale, ecc. – è noto – appartengono ad un patrimonio culturale che oltrepassa la Bibbia. La Bibbia le riprende reimpiegando quei simboli in modo originale per uno specifico messaggio.

Allo stesso modo, la Bibbia può assumere simboli che raffigurano l’inconscio. È la rappresentazione in forma simbolica del dramma – e del suo esito – di un’umanità sballottata tra l’angoscia e la fiducia.

L’approccio psicanalitico ai testi biblici consiste proprio nel cercarvi tracce simboliche dell’inconscio, del modo in cui le pulsioni umane sono simbolicamente rappresentate e trattate.[12] È in quest’ottica che si collocano le opere di Françoise Dolto, Marie Balmary e di Eugen Drewermann.

«La Bibbia, scrive quest’ultimo, ci narra proprio esperienze storicamente avvenute, ma poi le condensa simbolicamente. Un po’ come facciamo noi quando, di notte, in sogno, tentiamo di scoprire il significato della nostra vita attuale e di farne un bilancio. È per questo che propongo di valorizzare le scoperte del metodo critico-storico, estendendolo con un un’interpretazione che si richiami ai simboli e ai sogni».[13]

In un recente documento, la Commissione biblica pontificia riconosce questo tipo di approccio alla Bibbia. I termini sono questi: «L’estensione moderna delle ricerche psicologiche allo studio delle strutture dinamiche dell’inconscio ha suscitato nuovi tentativi di interpretazione dei testi antichi, e quindi anche della Bibbia. (…) La religione, come è noto, è sempre in una situazione di dibattito con l’inconscio. Partecipa, in misura molto ampia, al corretto orientamento delle pulsioni umane».[14]

§ La creatività dell’ordine simbolico cristiano non è chiusa; in un’ottica d’inculturazione della fede, il cristianesimo si arricchisce costantemente di nuovi simboli.

La storia del cristianesimo manifesta una grande creatività simbolica. Pensiamo all’immagine del pesce (in greco, ICHTUS: Iesous Cristos Theou Uios Soter) che, ai tempi della persecuzione, costituiva per i cristiani un segno di riconoscimento segreto. Pensiamo anche al fatto di fissare la data della festa della Natività nel giorno del solstizio d’inverno, che simboleggia l’alba di una nuova era al suo inizio. Pensiamo alle tante sigle, motti, carte, loghi che le istituzioni, associazioni e movimenti cristiani si danno per esprimere le loro convinzioni e simbolizzare la loro esistenza nel campo ecclesiale e nel mondo. Pensiamo anche all’invenzione di nuove metafore (ad esempio, «Dio è nero», «Dio inter/detto», «Dio lacerazione», ecc.) che riprendono parole, espressioni ed immagini culturalmente pertinenti per esprimere in modo nuovo l’esperienza cristiana. Così, negli scritti, nelle produzioni artistiche, negli atti liturgici, nelle feste e nei costumi, i cristiani non hanno mai smesso d’inventare simboli, sia come nuovi segni di riconoscimento che come espressioni figurate della loro fede. Questa creatività simbolica partecipa allo sforzo d’inculturazione della fede. Si pone infatti all’incrocio tra le risorse simboliche delle culture e il retroterra della Tradizione cristiana.

§ I simboli cristiani possono essere ripresi dalle culture senza implicare una pratica di fede.

Aggiungiamo infine che simboli che appartengono alla Tradizione cristiana possono essere ripresi e utilizzati dal mondo della cultura senza tuttavia significare un’appartenenza alla comunità cristiana. È così che avviene, per molti aspetti, nelle culture secolari derivate dalla cristianità. Così, per esempio, parole ed espressioni che la tradizione giudaico-cristiana ha caricato di significati simbolici (ad esempio «Addio», «croce», «Giuda», «grazie a Dio», ecc.) sono usate nel linguaggio culturale comune senza che ciò implichi un’adesione di fede. Altrettanto si dica per le immagini bibliche.

Pensiamo, ad esempio, all’immagine della croce e del serpente, simbolo della professione medica, o anche alla colomba, al ramoscello d’ulivo, all’arcobaleno, divenuti simboli universali di pace.

Ancora altri esempi: l’organizzazione della settimana con il «riposo domenicale» o il conto degli anni a partire dalla nascita di Gesù Cristo, simboli eminenti per i cristiani, sono divenuti fatti culturali che non si spiegano senza il cristianesimo, ma che non implicano un’adesione alla fede stessa.

Concludiamo questa riflessione sul simbolo nel cristianesimo sottolineando che la simbolica cristiana è alla fine ordinata al simbolico. Separare la simbolica dal simbolico vuol dire aprire la strada alla deriva gnostica e, quindi, all’esoterismo.[15] L’iniziazione alla simbolica cristiana, che sarà oggetto del paragrafo seguente, ha senso solo se apre all’esercizio della carità fraterna e al riconoscimento filiale di Dio, nel nome di Gesù Cristo.

3. L’iniziazione al simbolismo nella catechesi e nella pastorale

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Senza entrare nel dettaglio dei procedimenti pedagogici, vorremmo ora definire brevemente, seguendo punto per punto le precedenti riflessioni, i diversi compiti della catechesi e la loro priorità a riguardo del tema dell’iniziazione al simbolismo.

Una nota preliminare è d’obbligo. La catechesi (e la pastorale) non deve iniziare con un’introduzione teorica al concetto di simbolo. La dimensione simbolica sarà sempre vissuta e sperimentata, prima di essere teorizzata. Ma, in questo percorso, ci sembra tuttavia importante che si sia capaci di attirare l’attenzione esplicita delle persone sul funzionamento del simbolo nella doppia accezione del termine. Si dovrà vigilare, in ogni caso, affinché il termine «simbolico» non sia inteso come il contrario di «reale». L’abbiamo visto: un avvenimento, un’azione, un gesto, un oggetto del tutto reali possono essere simboli e venire interpretati simbolicamente. Quindi si farà attenzione che il termine «simbolico» sia percepito in quanto opposto, a seconda dei contesti, a «diabolico», «immaginario» o «immediato». L’opposizione simbolico/diabolico, l’abbiamo visto in precedenza, si situa sull’asse etico delle relazioni interpersonali. L’opposizione simbolico/immaginario si situa invece sull’asse della percezione, della lettura; leggere simbolicamente, e non in modo immaginario o immediato, vuol dire fare dei nessi e porre un elemento in un insieme. Anche qui, qualche indicazione schematica.

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§ Presentare, far scoprire e sperimentare il cristianesimo come l’offerta del dono di un’alleanza fraterna e filiale, nel nome di Gesù Cristo.

Questo primo obiettivo ci sembra assolutamente fondamentale, determinante. Si tratta di far percepire fin dall’inizio il cristianesimo come ordine simbolico, come alleanza donata in Gesù Cristo. La specificità del cristianesimo è da individuare nel fatto che, grazie a Gesù Cristo, esso invita a riconoscere un Dio Padre che, dall’alba della creazione, ci stabilisce per dono di grazia in fraternità e ci chiama ad una vita che non avrà fine. L’apertura a questo riconoscimento non è separabile dal desiderio di un’umanità fraterna oltre le differenze di razza, lingua, cultura, religione e da un impegno in tal senso.

Catechisti e animatori pastorali dovranno vigilare affinché, in quest’ottica, la fede cristiana non sia percepita come «credenza» – nel senso in cui questa parola fa pensare a credulità [16]– ma come fede in una persona, Gesù.

È tramite Lui che – come dice la liturgia – «osiamo» rivolgerci a Dio chiamandolo «Padre Nostro». È tramite Lui che noi siamo invitati a dedicarci senza riserve alla lotta per la fratellanza. L’«Io credo» cristiano è l’esercizio di questa fede, di questa relazione con Dio e con gli altri. La giusta iniziazione al simbolismo cristiano è condizionata, ci sembra, dall’intuizione fondamentale di quel che è la pratica della fede.

§ Rispettare la gerarchia dei simboli fondamentali del cristianesimo.

Abbiamo in precedenza elencato i segni di riconoscimento fondamentali dell’ordine simbolico cristiano: il segno della croce, il libro delle Scritture, il simbolo degli Apostoli, i sacramenti – in modo particolare l’Eucaristia –, e la preghiera domenicale. Abbiamo anche citato i pastori, custodi della comunicazione e dell’autenticità della fede.[17] Questi simboli, operatori e rivelatori della nuova alleanza, sono segni fondamentali della comunione dei cristiani in una stessa fede. Il compito principale sarà quindi quello di dar loro un posto centrale.

Così come esiste una gerarchia delle verità della fede, esiste una gerarchia dei simboli che è necessario rispettare per evitare di indurre ad una comprensione disarticolata della fede, che erige ad essenziale ciò che non lo è, e che rischia d’indebolire la fede o di renderla impensabile.

Quest’iniziazione ai simboli fondamentali dovrà essere «funzionale» anzitutto nel senso che, senza doverne spiegare tutto il significato, lo si farà recepire principalmente come segno distintivo della comunità cristiana.

L’importante infatti nel cammino di fede o nella riscoperta della fede è che si percepisca – anche senza afferrarne tutta la portata significativa – il fatto che i cristiani si segnalano e si assomigliano segnandosi con il segno della croce, professando il Credo, leggendo le Scritture, spezzando il pane eucaristico e pregando insieme il «Padre Nostro».

§ Spiegare, far scoprire la simbolica biblica.

È nella misura in cui si sarà correttamente posta e attuata la percezione «funzionale» dei simboli fondamentali del cristianesimo che si avranno maggiori opportunità di arrivare, in seguito, alla comprensione di ciò che simboleggiano e a spiegare tutta la ricchezza della simbolica biblica che ispira l’intero discorso cristiano.

L’iniziazione alla lettura simbolica della Bibbia sarà necessariamente progressiva. Si sa che i bambini hanno una percezione immediata e aneddotica dei racconti biblici. I sensi simbolici verranno percepiti poco a poco, nel momento in cui diversi testi biblici cominceranno ad «entrare in connivenza», in corrispondenza. Il significato dei testi allora si chiarirà grazie alle reciproche evocazioni all’interno del corpus biblico nella sua totalità, alla luce di una comprensione globale sempre più affinata del messaggio della salvezza.

Spiegare, far scoprire in questo modo la simbolica biblica, è in realtà dare accesso al linguaggio dei cristiani come lo si enuncia nella liturgia, nella spiritualità, nell’arte o anche, a più lungo termine, nelle opere teologiche. È permettere al catechizzato non solo di comprendere questo linguaggio, ma anche di entrarvi come soggetto che parla in prima persona.

§ Mostrare, far scoprire nella Bibbia la rappresentazione simbolica del dramma dell’esistenza umana.

Altro compito della catechesi e della pastorale sarà far scoprire come la Bibbia esprime simbolicamente il dramma dell’esistenza umana. I racconti della Genesi, l’esodo, l’esilio, la divisione del pane, le parabole evangeliche, ecc. parlano simbolicamente della vita. Di conseguenza, la questione non è su come trovare un nesso tra la Bibbia e la vita, ma scoprire in primo luogo che la Bibbia parla effettivamente della vita e vi apre un percorso di esistenza nella fede.

In tal senso, si dovrà, per quanto possibile, essere sempre attenti a manifestare – con l’appoggio della storia, delle scienze umane o dell’antropologia culturale – la posta in gioco di vita o di morte di cui parlano i testi biblici, e il modo in cui sono trattati nella fede. È nella misura in cui questa posta esistenziale sarà stata percepita, che sarà possibile una correlazione con la vita di oggi, e che la fede troverà una sua ragion d’essere nel presente della nostra esistenza. Per esempio, leggere il racconto di Caino ed Abele come rappresentazione della rivalità mimetica tra fratelli, così come della legge che vieta la vendetta senza fine, è mostrare una posta esistenziale decisiva e rendere pertinente oggigiorno una parola di non violenza in nome del Vangelo.

§ Aprire il campo della creatività simbolica.

Abbiamo detto che la creatività simbolica del cristianesimo non è chiusa. Compito essenziale della catechesi e della pastorale sarà quindi aprirne il campo, in modi diversi.

Si tratterà, per esempio, d’invitare un gruppo a darsi dei simboli – oggetto, parola, motto – che per il gruppo stesso saranno un segno di mutuo riconoscimento, un legame di solidarietà, un impegno alla fedeltà nella fede, una memoria del cammino vissuto insieme o, ancora, un’espressione delle convinzioni o dei valori da vivere.

Altro esempio: una scoperta, un avvenimento decisivo nel campo della fede di un gruppo di persone non potrebbe essere marcato con una «pietra bianca», con un dato oggetto che ne manterrà la memoria?

Un ulteriore compito della catechesi e della pastorale sta nell’aprire uno spazio d’invenzione di rappresentazioni simboliche che intreccino simboli dell’esperienza o avvenimenti dell’oggi a simboli cristiani: ad esempio, una colomba sul cannone, un uomo pugnalato steso con le braccia incrociate, delle catene che si spezzano e che prendono la forma di pane spezzato.

La catechesi potrà anche essere luogo d’invenzione di espressioni liturgiche originali che si collocheranno negli spazi liberi offerti dalla liturgia. Così, per esempio, al funerale di un ragazzo, i compagni di classe posarono la mano sul feretro del defunto per simboleggiare la riconoscenza che avevano verso di lui, così come il tocco di Dio che restituisce la vita.

Un gruppo di impegno non potrebbe inventare gesti simbolici pubblici per difendere una causa in nome del Vangelo? Per esempio, un gruppo invitò i giovani a dipingere metà dei loro visi di nero, per simboleggiare la lotta contro il razzismo.

Non sarebbe ugualmente utile moltiplicare laboratori di espressioni artistiche: musica, teatro, espressione corporea, fumetto, scultura, video, mezzi interattivi multimediali?

§ Imparare a decodificare i simboli culturali derivanti dalla tradizione giudaico-cristiana.

La cultura delle attuali società secolarizzate – il linguaggio, gli emblemi, i costumi, la letteratura, le feste, la produzione artistica, i monumenti – è piena di simboli nati dalla Tradizione giudaico-cristiana (o riconfigurati da essa), senza che spesso quest’origine venga effettivamente colta. Ne abbiamo dato alcuni esempi in precedenza. Altro compito della catechesi e della pastorale consisterà allora nel reperirli, decodificarli e vederne i significati. La posta in gioco è far percepire quanto le nostre società ereditino da un patrimonio simbolico segnato dal cristianesimo. Ciò può conferire spessore alla Tradizione cristiana; questa viene da lontano, attraversa le generazioni e fa parte di un’eredità culturale comune che dimora nella società come risorsa di significato, come una «scatola degli attrezzi simbolici» sempre a disposizione.

Concludiamo con un’ultima osservazione sull’ordine dei sei punti che abbiamo appena enunciato. Quest’ordine non è pedagogico: non indica un succedersi di sequenze, ma una struttura profonda che si può far valere in percorsi estremamente diversi.

In altri termini, l’ordine dei sei punti enunciati non detta all’approccio catechetico o educativo la sua cronologia o le sue tappe, ma costituisce piuttosto una regola di strutturazione o di programmazione. Si può allora dire che tutto il lavoro catechetico ed educativo, in questo senso, è completamente ordinato all’accesso all’ordine simbolico della nuova alleanza: il riconoscimento gioioso della grazia di Dio e dell’amore fraterno.

(Da NPG 3/1998, pp. 14-27)

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[1] M. Girard, Les symboles dans la Bible, collana Recherches, nuova serie, 26, Montréal, Editions Bellarmin/Parigi, Editions du Cerf, 1991, p.13.

[2] Se ne potrebbe aggiungere un terzo: per esempio, quello che la parola «simbolo» assume nelle scienze matematiche o in chimica. In questo caso «simbolo» designa una operazione o un valore determinato o indeterminato.

[3] E. Ortigues, Le discours et le symbole, Aubier, Parigi, 1962, pp. 60-61.

[4] Consideriamo, a titolo illustrativo, la figura diabolica del serpente nel libro della Genesi: il serpente inizia a mentire per gettare il sospetto sulla bontà di Dio affinché l’uomo non lo consideri suo alleato, ma come una minaccia e un concorrente.

[5] L. M. Chauvet, Les sacrements. Parole de Dieu au risque du corps, Serie Recherches, Parigi, Editions Ouvrières, 1993, p.6. Trad. ital. I sacramenti, Ancora 1997, p. 108.

[6] Quando, in un paese straniero, una persona incontra qualcuno che parla la sua stessa lingua, avviene un atto di riconoscimento analogo a quanto avveniva nell’antico patto simbolico: il combaciare dei simboli.

[7] F. Dolto, Au jeu du désir, Paris, Seuil, 1981, p.273.

[8] P. Ricoeur, «Le symbole donne à penser», Esprit, n° 7-8, 1959, p.64.

[9] Esistono simboli universali che hanno un significato simile per tutte le culture? O, al contrario, i simboli sono sempre determinati culturalmente? Per quanto ci riguarda, pensiamo che i simboli appartengano sempre a sistemi culturalmente determinati, ma che questa determinazione culturale non significhi necessariamente la loro incomunicabilità. In qualche misura per i sistemi di simboli avviene la stessa cosa che per le diverse lingue: possono essere oggetto di apprendimento da parte di chiunque. In questo senso la determinazione culturale dei simboli resta aperta all’universale.

[10] L. M. Chauvet., op. cit., p. 87.

[11] Facciamo notare che nell’ottica qui adottata, i simboli biblici non si riducono affatto alle metafore e al linguaggio colorito. Il racconto dell’esodo, per esempio, può essere considerato simbolo della salvezza, senza tuttavia costituire una metafora. In tal senso, le metafore bibliche – per esempio, il designare Dio come vasaio, medico, vignaiolo, ecc. – non impoveriscono affatto la simbologia biblica.

[12] Il racconto biblico del giudizio di Salomone, per esempio, può esser letto come la rappresentazione simbolica della rivalità mimetica delle donne verso il bambino che esse vogliono possedere, in modo divorante, come oggetto di soddisfazione narcisistica. È colei che ha accettato di separarsi dal bambino e di darlo alla luce affinchè viva colei che, con l’atto stesso di privazione, è diventata madre.

[13] E. Drewermann, La parole qui guèrit, Cerf, 1991 p. 204. Trad. ital. Parola che salva, parola che guarisce, Queriniana.

[14] Commissione Biblica Pontificia, «L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa», in La documentation catholique, n°2085, gennaio 1994, p. 55.

[15] Oggi si può osservare uno sviluppo delle teorie gnostiche o esoteriche che si nutrono, tra l’altro, della tradizione biblica, ma senza legami con la fede, la vita e le pratiche della comunità cristiana.

[16] Si «crede» agli extraterrestri, agli oroscopi, allo spiritismo, alla magia, all’occulto, ai fenomeni paranormali, ecc. La fede cristiana non appartiene a questo tipo di «credenze».

[17] In catechesi, è importante parlare del ruolo della gerarchia e situarla correttamente all’interno della comunione ecclesiale. Non parlarne, significa aprire la porta a sviamenti immaginari – adulazione, opposizione o indifferenza – che finiscono per nuocere al processo di maturazione della fede verso uno stadio adulto.

Il simbolico e la simbolicaultima modifica: 2013-12-20T17:25:45+01:00da allan11
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