PETER SLOTERDIJK : SFERE

La trilogia che porta il nome di Sfere – sicuramente l’opera sistematica più rilevante scritta
da Peter Sloterdijk – per ogni volume che la compone offre una declinazione diversa di
tale concetto. Il primo volume, Bolle, ha per sottotitolo Microsferologia (Blasen,
Mikrosphärologie); il secondo, Globi, Macrosferologia (Globen, Makrosphärologie); il terzo,
Schiume, Sferologia plurale (Schäume, Plurale Sphärologie).
L’opera di Sloterdijk è costellata di definizioni di sfera, a volte anche molto distanti
l’una dall’altra.
Però – al fine di avanzare un’analisi della sferologia sloterdijkiana, della sua polivocità,
delle sue prospettive e delle sue problematicità – può forse essere d’aiuto incominciare
proprio da una di queste definizioni:
«La ricerca del nostro dove è più sensata che mai, poiché essa si interroga sul luogo che producono gli
uomini per avere ciò in cui possono apparire ciò che sono. Questo luogo porta in questa sede, in
memoria di una tradizione rispettabile, il nome di sfera. La sfera è la rotondità dotata di un ulteriore,
utilizzato e condiviso, che gli uomini abitano nella misura in cui pervengono ad essere uomini. Poiché
abitare significa sempre costruire delle sfere, in piccolo come in grande, gli uomini sono le creature che
pongono in essere mondi circolari e guardano all’esterno, verso l’orizzonte. Vivere nelle sfere significa
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produrre la dimensione nella quale gli uomini possono essere contenuti. Le sfere sono delle creazioni di
spazi dotati di un effetto immuno-sistemico per creature estatiche su cui lavora l’esterno»
1
.
A partire da questa definizione possiamo incominciare col sostenere che la sfera ha
dunque a che vedere principalmente con la spazialità e la creazione di spazio, con un
rapporto di mutuo e reciproco rimando tra interno e esterno, tra creare spazi e abitare.
Per comprendere meglio questo rapporto bisogna innanzitutto distinguere
microsferologia e macrosferologia: solo dalla comprensione della loro reciproca
interazione sarà possibile arrivare a capire la peculiarità e la complessità insita nel
concetto di sfera.
La microsfera può essere descritta come l’unità originaria costitutiva di quello che sarà
l’individuo. Sue parti fondamentali sono l’insieme di quelle che Sloterdijk definisce relazioni
noggettuali a partire dal concetto di noggetto derivato da Thomas Macho2
. Sloterdijk
definisce noggetti (Nobjekte) realtà che non hanno ancora una presenza oggettiva, “oggetti
non dati” che vengono prima della divisione soggetto/oggetto: «Co-realtà che, con una
modalità che non prevede confronto, aleggiano come creature della vicinanza, nel senso
letterale del termine, davanti a un sé che non sta loro di fronte: trattasi precisamente del
pre-soggetto fetale»
3
.
Sloterdijk, come anche Macho nel saggio Segni dall’oscurità a cui si rifà, critica le tre fasi
che secondo la psicoanalisi freudiana danno la descrizione delle relazioni precoci (orale,
anale, genitale) come inficiate fin dall’inizio dalla petitio principii della necessità del
rapporto a un oggetto.
A tali tre fasi Macho prepone altri tre stadi pre-orali, quelli noggettuali appunto, che,
sulla scorta delle più recenti indagini sulla struttura dello sviluppo prenatale, dovrebbero
descrivere in maniera più completa il rapporto madre-feto.
La prima fase pre-orale/noggettuale è una “fase coabitativa fetale” in cui il noggetto
esperisce la presenza sensoriale dei liquidi, dei corpi e dei limiti della caverna uterina.
Questa prima fase si riproporrà prepotentemente in tutta la speculazione
sloterdijkiana, in quanto l’abitare, l’essere-nello-spazio e il costruire-lo-spazio, sarà la
caratteristica fondamentale dell’essere umano. L’immersione del feto nel liquido
amniotico e nel sangue e il rapporto con la placenta sono le altre caratteristiche
fondamentali di questo stadio.
L’essere sospeso nel medium amniotico sarà per Sloterdijk l’origine della necessità
umana di creare spazi entro cui sia stabilita un’atmosfera, un clima, ossia una
determinazione antropica attraverso modifiche tecniche; esso sarà il fondamento di tutti
i tentativi umani di “culturalizzare” lo spazio esterno, tentativi di cui Sloterdijk conduce
un’ampia fenomenologia, dispiegata principalmente nel II volume di Sfere.

1 P. SLOTERDIJK, Sphären I – Blasen, Mikrosphärologie, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1998, p. 28; trad. it. a
cura di G. Bonaiuti, Sfere I. Bolle, Meltemi, Roma 2009, p. 82.
2 Cfr. T. MACHO, Zeichen aus der Dunkelheit. Notizen zu einer Theorie der Psychose, in R. HEINZ-D. KEMPERU. SONNEMANN (a cura di), Wahnwelten im Zusammenstoß. Die Psychose als Spiegel der Zeit, Akademie Verlag,
Berlin, 1993, pp. 223-240; trad. it. a cura di A. Lucci, Segni dall’oscurità. Note per una teoria della psicosi,
Galaad, Giulianova 2013.
3 P. SLOTERDIJK, Sphären I, ed. cit., p. 300; it. p. 297.
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La seconda fase noggettuale consiste in una “iniziazione psicoacustica del feto nel
mondo sonoro uterino”, in cui Sloterdijk segue ancora Macho nel concentrare
l’attenzione sull’importanza della voce come cordone ombelicale che unisce ancora,
dopo il parto, il neonato con la madre, e che sarebbe il germe di ogni comunicazione
futura.
L’ultimo stadio noggettuale è quello della “fase respiratoria”, che può essere
considerato come la trasposizione extrauterina della prima fase noggettuale. Se la prima
vera esperienza del soggetto in fieri è quella dell’immersione in un medium fluido entro le
delimitazioni spaziali del corpo materno, possiamo da qui dedurre l’importanza che
l’analisi dei media assume nelle considerazioni di Sloterdijk.
A partire dalla microsfera dunque l’uomo è descritto come abitatore dell’interno, come
essere strutturato da una spazialità originaria, che tenterà di ripetere sempre e ovunque
con ogni mezzo, una volta uscito dall’utero materno.
Sloterdijk arriverà a sostenere che la storia della tecnica è la storia dell’uterotecnica: il
tentativo, incompleto per antonomasia, di riproporre al di fuori dell’utero le condizioni
intrauterine: gli stadi noggettuali dell’immersione originaria nel medium fluido del
grembo materno e i brandelli comunicativi appartenenti alla fase pre-orale psico-acustica
perseguiteranno il soggetto in tutta la sua storia, che sarà costellata da continui tentativi
di creare media perfetti per una comunicazione illimitata, ripetizione dello stadio
primordiale.
Qui si effettua anche il passaggio dalla microsferologia (bolle) alla macrosferologia
(globi): quest’ultima, il cui itinerario è esplicato principalmente nel II volume della trilogia,
coincide con la storia dell’uomo, ed è una fenomenologia dei tentativi più o meno riusciti
di creare delle sfere che sostituiscano la perdita della microsfera originaria.
Le macrosfere sono sistemi di vita entro cui si svolgono continuamente dinamiche di
passaggio da microsfere a macrosfere, e in cui l’inclusione in una macrosfera non esclude
la compresenza di molte altre realtà macrosferiche e microsferiche a cui possono
appartenere anche i medesimi individui: non bisogna pensare microsfere e macrosfere
come entità in contrapposizione, in reciproca concorrenza o alternanza. Se – infatti – le
microsfere rappresentano l’individuo dal punto di vista singolare, pur nella sua
costitutiva apertura all’alterità, le macrosfere sono i collettori sociali (tenuti insieme da
legami simbolici) entro cui fin dall’inizio le microsfere (e i loro mutamenti, le loro storie
e i loro drammi) si danno.
Il terzo volume della trilogia sloterdijkiana, descrive l’idea di società schiumosa,
successiva al definitivo tramonto della macrosfera europea avvenuto in seguito alle
grandi esplorazioni, che per Sloterdijk hanno distrutto un’immagine del mondo (quella
che si costituì a partire dalla speculazione filosofica e religiosa dell’antichità greca e
cristiana: l’insieme codificato di convenzioni pratiche e metafisiche strutturatesi nel
tempo fino a formare un’immagine del mondo condivisa da praticamente la totalità dei
contemporanei) che si era consolidata e che aveva governato per quasi 2000 anni
l’universo simbolico occidentale:
«Per mezzo del concetto di schiuma, descriviamo degli agglomerati di bolle, nello spirito degli studi
microsferologici che abbiamo pubblicato in precedenza. Questa espressione designa dei sistemi o degli
aggregati di vicinanze sferiche in cui ogni “cellula” costituisce un contesto autocomplementare (in
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linguaggio corrente: un mondo, un luogo), uno spazio sensoriale intimo, teso da risonanze diadiche e
multipolari, o ancora un “focolare” (Haushalt) che vibra nell’animazione che gli è propria, animazione
che solo questo può provare e che non si può che provare in questo. Ciascuno di questi focolari,
ciascuna di queste simbiosi e alleanze è una serra di relazioni (Beziehung-Treibhaus) sui generis»
4
.
Dunque, dopo la dissoluzione della macrosfera cristiana, ciò che rimane è un ammasso
di microsfere, correlate tra loro in contesti multipolari, in macrosfere minime (del tipo
delle comunità religiose o politiche ad esempio), ma niente che assomigli più al sistema
d’inclusività totale che era la macrosfera dai caratteri onto-teo-logici che abbiamo appena
descritto.
Le microsfere coesistenti nella schiuma sono dei microcontinenti (Mikrokontinente)
dalla forma autoreferenziale: ciascuno emette una propria immagine del mondo separata
dagli altri. Il fatto che queste immagini si somiglino non è tanto dovuto alla
fondamentale uguaglianza strutturale delle unità microsferiche, ma al fatto che tutte
queste sono nate più o meno durante ondate di processi d’imitazione comuni, e hanno lo
stesso equipaggiamento mediatico.
Nelle schiume contemporanee crolla l’interconnessione che la macrosfera occidentale
europea (e le macrosfere in genere) dava ai vari momenti di cui i rapporti umani sono
composti.
«In ogni punto nella schiuma si aprono delle visioni regionali nel limitrofo, ma non si dispone di una
visione d’insieme […] quando parliamo di schiume in questo tono, ci siamo apertamente separati dal
simbolo centrale della metafisica classica, la monosfera che riunisce tutto: l’Uno in forma di sfera e la
sua proiezione nelle costruzioni centrali panottiche»
5
.
Per comprendere quali sbocchi teorici formuli Sloterdijk al fine di pensare una situazione
alternativa a quella presa in questa impasse descritta dal III volume della trilogia è
necessario analizzare il concetto sloterdijkiano di sistema immunitario, partendo dal
presupposto che l’immunologia è uno dei cardini della teoria filosofica di Sloterdijk.
Essa ha un ruolo fondante in tutta l’opera dell’autore, esplicitato in maniera compiuta
nel libro del 2009 Devi cambiare la tua vita6
.
A livello generale, possiamo sostenere che prima del 2009 Sloterdijk ha un concetto
più ampio di sistema immunitario, secondo cui religioni e impianti metafisici
rappresentano – appunto – i sistemi immunitari deputati a proteggere l’equilibrio
psichico dei gruppi umani.
Entro queste coordinate tutta la cultura propriamente detta può rientrare in
quest’argomentazione immunologica.
Una lucida trattazione del valore immunologico che ha avuto la fondazione della
metafisica unica greco-cristiana è data da Sloterdijk nel IV paragrafo dell’Introduzione a
Sphären II: qui Sloterdijk rileva che per i moderni (abituati alla decentralizzazione e

4 P. SLOTERDIJK, Sphären III – Schäume, Plurale Sphärologie. Suhrkamp, Frankfurt a.M. 2004, p. 55
(traduzione nostra).
5
Ibidem, pp. 62-63 (traduzione nostra).
6 P. SLOTERDIJK, Du muβt dein Leben ändern. Über Religion, Artistik und Anthropotechnik, Suhrkamp,
Frankfurt a.M. 2009; trad. it. S. Franchini a cura di P. Perticari, Devi cambiare la tua vita, Raffaello
Cortina, Milano 2010.
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all’eccentricità degli spazi multifocali) è difficile pensare l’epoca della magnificenza
sferico-metafisica: il pensiero metafisico-sferico è stato dimenticato, pur essendo stato
ciò che – lungo intere epoche della storia dell’Occidente – sottraeva all’inquietudine
universale attraverso un abbraccio onnicomprensivo, rispetto a cui non vi poteva essere
esteriorità assoluta. La totalità sferica non era un’immobilità assoluta, bensì era mossa
dalla corrispondenza dei punti dell’epicentro con il centro, animatore e vivificatore delle
parti epicentriche, che attraeva a sé tutto.
La simbolizzazione di questo rapporto era il concetto di anima del mondo, basato
sull’idea del trasferimento dello psichico al cosmico.
I riferimenti di Sloterdijk, in questo contesto, sono principalmente al pensiero
ontologico greco, che con Parmenide, avanzò una teoria onnicomprensiva della realtà,
interpretata nei noti termini di essere, totalità, sfericità, eternità.
Furono poi i cristiani a ereditare il modello del rapporto centro-epicentro, mettendo
nei due punti l’uomo e Dio. Con ciò si fece largo la convinzione che, prima della buona
novella, vi fosse stato un vangelo morfologico (morphologisches Evangelium) scoperto dalle
grandi menti antiche. Il cristianesimo ebbe lo scopo di evidenziare l’identità di tale protovangelo morfologico con la buona novella cristica: Cristo salva come salvava un tempo
la sfera, ossia facendo ritornare all’unità originaria. Dunque, da un punto di vista
morfologico, la storia della redenzione è la storia della salvezza dell’anima dalla
dispersione nell’esteriorità attraverso il ritorno nel centro (Dio): la connessione sferica
cristiano-metafisica centro-epicentri comportava che gli epicentri interagissero
mutuamente in modo altruistico. Quest’altruismo si basava sulla coscienza generalizzata
di essere tutti lontani dal centro e di essere sotto un cielo protettivo comune, quello della
sfera celeste, simboleggiato, a livello cosmologico, dalle stelle fisse. Anche all’interno
dell’essere umano si riteneva che si ripetesse la stessa struttura concentrica: l’eco di tali
convinzioni si avrà fino alla corrispondenza stabilita, in epoca rinascimentale, tra
macrocosmo e microcosmo (macrosfera e microsfera).
Dunque, immuno-metafisicamente, l’obbiettivo (raggiunto) del cristianesimo fu la
costruzione di barriere protettive, a livello psichico sia individuale che collettivo.
L’analisi sloterdijkiana di questi luoghi prosegue con una breve descrizione dei motivi
della fine dell’epoca della monosfera cristiana unica.
L’ontologia greco-cristiana sotto forma di metafisica della sfera unica
onnicomprensiva si affermò come visione totale sul mondo e sull’uomo, appoggiata,
dopo il periodo iniziale di repressione, dal potere imperiale prima e dai vari poteri
secolari che si susseguirono fino alla formazione degli Stati moderni poi, in cui
confluirono le scoperte scientifiche e gli orizzonti materiali e spirituali propri di secoli di
storia.
L’insegnamento che dà qui Sloterdijk interpretando le dinamiche di formazione di
sistemi materiali e spirituali sulla base della necessità di trovare una soluzione efficace ai
problemi esistenziali del dolore, della morte e dell’insensatezza è esemplare: l’unica
necessità sottesa alla formazione di metafisiche e imperi (le prime apparentate ai secondi
dal comune fine immunologico) è quella della loro efficacia immunitaria al fine di
liberare l’uomo dal peso della contingenza.
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Più è valido un sistema da questo punto di vista, più esso si rafforzerà trovando unità,
coerenza e giustificazioni.
È in questo senso che l’immunologia va considerata come un vero e proprio organon
del filosofare sloterdijkiano, da tenere sempre presente quando si analizzano le sue
disamine sullo svolgersi delle dinamiche storiche che hanno portato all’affermazione di
un’idea, di una filosofia, di una religione o di un sistema di pensiero.
Nel capitolo III di Sphären II Sloterdijk analizza le figure dell’arca e delle mura di cinta,
che vengono interpretate come sistemi immunitario-inclusivi fisici dalle ricadute
narrative e simboliche notevoli nella storia della cultura.
Per quanto riguarda la figura dell’arca, Sloterdijk ci dice che questa è l’idea di spazio
più radicale dal punto di vista morfologico che gli antichi seppero concepire agli albori
della storia culturale propriamente detta: essa esprime l’idea che il mondo interiore
artificiale può diventare, in date circostanze, l’unico medium vivibile, di fronte a un
mondo esterno ormai invivibile con cui ogni legame viene tagliato.
L’arca di Noè è l’esemplificazione di tale idea: primo esperimento di dis-fondazione,
legato alla traccia mnestica più importante della storia dell’umanità, quella del diluvio
(simbolo psicostorico della sparizione del fondamento). L’arca rappresenta per Sloterdijk
il contrario del “fondamento” (termine che ha a che vedere col radicamento fisico a una
base materiale): è il simbolo emblematico della necessità di abbandonare la terra per
mettersi in viaggio verso l’ignoto, per poter continuare a vivere. Se anche in altre culture
vi sono immagini analoghe (Cina), per Sloterdijk è interessante notare come solo il
racconto biblico ponga l’arca come un artefatto tecnico.
Ciò starebbe ad indicare, per il pensatore di Karlsruhe, che gli ebrei sono i primi a
rendersi conto che la natura non è una buona madre e che essi devono provvedere da
soli (con Dio) a se stessi.
L’arca impone la rottura con l’illusione materna rendendo l’uomo un adulto
ontologico e la fiducia nella natura diventa contrattualistica: è infatti Dio a promettere
che non vi sarà più annichilazione alcuna.
Teologia dell’arca e teologia della sopravvivenza per Sloterdijk coincidono: il loro
significato immunologico è che in un’esosfera sfavorevole la sopravvivenza è possibile
solo in arche “uteropoietiche” che creano da sé un contesto di vivibilità, e che in sé lo
mantengono, perché a bordo di esse è imbarcato anche Dio, il polo assoluto del patto.
All’arca è legata anche l’elezione dei pochi che sono destinati a salvarsi su di essa:
nonostante ciò, l’arca cristiana, derivazione di quella ebraica, ha viaggiato attraverso i
secoli facendo proselitismo, portando con sé il paradosso di voler essere onninclusiva e
al contempo di escludere chi non condividesse i suoi dogmi.
La trattazione sloterdijkiana passa poi dall’arca alla città: tutto nella grande città è
volontà di dominio e opera umana, e nulla fa pensare alla possibilità di una sua
scomparsa: il carattere di permanenza della città la rende quasi una divinità, e si
manifesta nell’imponenza di mura e torri. Chi vive in una città non solo ne è protetto,
ma è anche votato a essa: alla sua costruzione, mantenimento, protezione, espansione a
danno di altri dèi-città.
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Le mostruose città antiche esprimono il proposito di rendere tutto lo spazio esterno
uno spazio interno animato: politica, architettura e teologia si alleano in un progetto
macroimmunologico.
Per Sloterdijk da questa nascita materiale della civiltà da strutture inclusivoimmunologiche sono derivabili anche la genesi della storia (che nasce come rendiconto
delle gesta delle grandi città) e della filosofia (che, invece, in maniera provocatoria e
tranchant come è spesso nel suo stile, viene descritta da Sloterdijk come la constatazione
che anche i più grandi imperi sono soggetti a decadenza).
È sempre in questo periodo che nascerebbe l’immagine del dio costruttore e artigiano,
che sostituisce quella della madre con quella della fabbrica.
Ed è forse in tale contesto che nascono le religioni di redenzione orientali: dall’idea
che chi ha costruito l’uomo può anche salvarlo e comprenderlo.
Le mura rappresentano in quest’ottica la risposta psicopolitica alle minacce che il
mondo esterno sconosciuto poneva alla costituzione fisica e psichica degli individui: il
tema dell’antica città gigantesca non era tanto la sicurezza di fronte a nemici esterni, ma
l’auto-organizzazione in vista della complessità del mondo, introiettata. Nelle città
fortificate lavorarono migliaia di uomini per secoli al fine di dimostrare che tutto ciò che
è può essere contenuto in una forma. Che sia tale il motivo delle gigantesche mura (e
non quello militare o megalomaniaco) diventa comprensibile constatando che le mura
ciclopiche delle città scompaiono quando la loro connotazione immunologica sarà
sostituita da mezzi dal valore immuno-sistemico maggiore: quelli metafisico-unitari.
Da questo lungo excursus attraverso il II volume di Sphären ci sembra appaia evidente
come il legame tra il concetto di macrosfera e quello di sistema immunitario sia
inscindibile: ogni macrosfera assume i caratteri di un sistema d’immunità che tende a
creare un clima interno, regolato da un insieme di convenzioni che permettono ai suoi
componenti di rapportarsi all’esteriorità tramite una codificazione (sociale, religiosa,
culturale, cultuale) che la rende appropriabile e non spaventosa, come è proprio di ogni
spazio sconosciuto in cui alberga il nucleo oscuro dell’alterità.
Sloterdijk ritiene7
che il processo di globalizzazione abbia riguardato per due delle sue
tre parti costitutive questa macrosfera greco-cristiana: la prima globalizzazione fu quella
che creò tale concetto; infatti essa consistette nell’elaborazione teorica (iniziata dalla
filosofia di Parmenide e terminata con il messaggio cristiano) di un’immagine del mondo
che avesse i caratteri dell’omogeneità e dell’inclusività propri del sistema immunitario. La
visione del mondo greco-cristiana rispondeva a tali caratteristiche dando una
Weltanschauung relativa alla Terra che la vedeva situata entro una serie di sfere celesti che
la racchiudevano, il cui senso era riposto nella volontà divina che le regolamentava e che
al contempo teneva in considerazione ogni singola entità individuale, situandola in un
determinato posto a essa destinato.
A tale tipo di creazione di una sfera teoretica globale onninclusiva (è questo il senso
del termine “globalizzazione” nell’accezione relativa alla sua prima fase) va aggiunta la
seconda globalizzazione, quella effettuata dai navigatori, dai marinai e dai cartografi tra il

7 Cfr. P. SLOTERDIJK, Sphären II – Globen, Makrosphärologie, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1999, pp. 801-
1013.
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1400 ed il 1500. Questa portò a compimento il processo d’appropriazione del nostro
pianeta quale totalità, rendendo possibile un rapporto teoretico col mondo su cui
viviamo che non fosse inficiato da timori e superstizioni dovute all’ignoranza. Le
conseguenze di tale appropriazione furono però sconvolgenti per l’equilibrio interno
della bimillenaria macrosfera europea: le scoperte geografiche infatti diedero inizio a
quella che Sloterdijk definisce schiuma, che abbiamo visto essere un’entità interconnessa,
dalle molteplici sfaccettature, costitutivamente instabile e soggetta a mutamenti, che si è
sostituita al globo delle prime due globalizzazioni. Ciò che prima era una totalità
immunitaria solida oggi è un ammasso di microindividualità interconnesse attraverso
legami macrosferici che tendono sempre più a diventare residui obsoleti di un’epoca
ormai irrimediabilmente terminata. Solo da lontano il globo metafisico può assomigliare
alla schiuma gelatinosa: quest’ultima non può persistere nel presentarsi come totalità a
un’analisi ravvicinata, in quanto questa è destinata a coglierne il carattere disgregato
rispetto alla formazione metafisico-macrosferica precedente.
Si è dunque visto come nella trilogia di Sphären Sloterdijk consideri i sistemi culturali,
simbolici, architettonici, e a livello generale tutti i costrutti umani, come tentativi di
“climatizzazione” dell’esteriorità spaesante, che si incarnano nella coazione a ripetere lo
stadio noggettuale dell’inclusione prenatale nelle pareti uterine.
Questa idea è presente in nuce anche in alcuni testi precedenti alla trilogia, ma è solo in
Devi cambiare la tua vita che essa assume una portata teoretica decisiva, talmente
importante da portare a una riorganizzazione molti concetti fondamentali nell’impianto
filosofico sloterdijkiano:
«Nella gran quantità di novità cognitive comparse sotto il sole moderno, nessuna, per quanto
concerne la portata degli effetti prodotti, è comparabile, anche solo lontanamente, con la scoperta e la
conoscenza dei sistemi immunitari nella biologia ottocentesca. […] Con qualche iniziale esitazione si è
compreso che sono i dispositivi immunitari l’elemento tramite il quale i cosiddetti sistemi, gli esseri
viventi e le culture diventano tali in senso proprio. Unicamente per via delle loro qualità immunitarie
essi salgono nella gerarchia delle unità capaci di auto-organizzarsi, di conservarsi e di riprodursi in
costante relazione con un ambiente potenzialmente e concretamente invasivo e infettivo. […] La
prosecuzione dell’evoluzione biologica in quella sociale e culturale conduce a una stratificazione dei
sistemi immunitari. […] Nella sfera umana esistono almeno tre sistemi immunitari, i quali,
sovrapponendosi l’uno all’altro, cooperano in un profondo intreccio reciproco e si integrano in termini
funzionali: oltre al sostrato biologico ampiamente automatizzato e indipendente dalla coscienza, sono
andati formandosi nell’essere umano, nel corso della sua evoluzione mentale e socioculturale, due
sistemi integrativi finalizzati al trattamento preventivo delle lesioni: da un lato, le pratiche
socioimmunologiche, in particolare quelle di tipo giuridico e solidaristico, ma anche militare, con le
quali gli esseri umani che vivono in “società” risolvono le loro controversie con aggressori lontani ed
estranei e con elementi oltraggiosi o nocivi vicini. Dall’altro lato, le pratiche simboliche ovvero
psicoimmunologiche, con l’ausilio delle quali, fin dai tempi antichi, gli esseri umani riescono a far fronte
più o meno bene alla loro vulnerabilità dovuta al destino, inclusa la mortalità, attraverso misure di
prevenzione immaginaria e di equipaggiamento mentale. Per ironia della sorte, questi sistemi sono in
grado di esplicare la loro parte oscura sebbene, fin dall’inizio, esistano in modo indipendente dalla
coscienza e si considerino grandezze invisibili a se stesse. Essi non funzionano alle spalle dei soggetti,
ma sono al contrario del tutto inseriti nella loro condotta intenzionale»

Da questo estratto è possibile comprendere i motivi del mutamento di prospettiva da
parte di Sloterdijk rispetto ai punti sopra trattati: Sloterdijk, attraverso l’assunzione di
uno sguardo immunologico, non ha più bisogno di porsi il problema della venuta
all’essere dell’uomo, sia nella sua forma individuale che nella sua forma sociale, in quanto
egli considera l’essere umano solo quale punto di incontro di pratiche immunologiche
date (a livello biologico e culturale), che trovano in lui il loro punto di incontro e di
emergenza.
Al contempo però non c’è da parte di Sloterdijk una dissoluzione del soggetto in un
mero epifenomeno delle strutture immunologiche in cui è inserito. Questa prospettiva è
evitata in virtù del duplice orientamento del proprio sguardo: se da una parte viene
ammessa l’esistenza di questi tre livelli immunologici che strutturano l’esistenza degli
esseri umani, dall’altra “l’imperativo assoluto” – Devi cambiare la tua vita – è rivolto
sempre a un soggetto singolo, alla sua propria attività, a quello che lui, e solo lui, in virtù
di quello che è, può fare.
Rispetto a Sphären, ora, al centro dell’attenzione non sono più gli individui nella loro
costituzione psicobiologica e nella conseguente costituzione sociale, bensì sono gli
individui che, dati in un contesto immunologico-cibernetico, attraverso l’esercizio
agiscono su se stessi e sui sistemi immunitari entro cui sono inseriti, modificandoli e
quindi modificandosi, e viceversa.
«Tutta la storia è la storia di lotte tra sistemi immunitari. […] Questa storia abbraccia il periodo
dell’evoluzione umana, nel quale le vittorie della sfera personale potevano essere pagate solamente dalla
sconfitta della sfera estranea. In essa dominano i sacri egoismi delle nazioni e delle imprese»

.
In tutto l’arco evolutivo della storia della civiltà “l’estraneo”, il “non-proprio”, è sempre
stato ciò a detrazione di cui la “sfera personale” (Sloterdijk qui risemantizza un termine
come quello di sfera, che abbiamo visto essere centrale per il suo pensiero precedente,
intendendo con esso, semplicemente, “il singolo sistema immunitario”, che esso sia
persona, gruppo, cultura, Stato o civiltà) si è costituita.
Questo atteggiamento miope ha oggi raggiunto il suo limite costitutivo:
«Poiché tuttavia la “società mondiale” ha raggiunto il limes e la Terra, insieme ai suoi fragili sistemi
atmosferici e biosferici, ha rappresentato, una volta per sempre, il limitato teatro comune di tutte le
operazioni umane, la prassi di esternalizzazione incontra il suo confine assoluto. Da questo punto in
poi, un protezionismo della totalità diventa il precetto della ragione immunitaria. […] l’Immunologia
generale è l’erede legittima della metafisica e la reale teoria delle “religioni”. […] In questo modo,
vengono meno le classiche distinzioni tra amico e nemico. Chi continua a seguire la linea delle
separazioni finora invalse tra sfera personale e sfera estranea produce deficit immunitari non solamente
per altri, ma anche per se stesso»
.
Sloterdijk, sviluppando al punto massimo la propria teoria immunologica, rileva la
necessità dell’abbattimento della parete di separazione che ha formato tutta la storia
precedente dell’immunologia: quella tra “sfera personale” e “sfera estranea”. In termini
politico-schmittiani quella tra amico e nemico, in termini logico-ontologici quella tra
soggetto e oggetto.
Sloterdijk qui invita a pensare il soggetto umano, e i soggetti sovraindividuali che
chiamiamo “società” e “civiltà”, insieme agli oggetti, alle cose, alla natura, agli animali,
alle piante, all’ambiente.
Queste grandezze, queste “cose”, questa “sfera estranea” è fino a oggi sempre stata
oggettualizzata, saccheggiata, considerata un fondo disponibile, sfruttabile e
immagazzinabile:
«La storia della sfera personale, intesa in senso troppo ristretto, e della sfera estranea, trattata in
modo troppo negativo, raggiunge la sua conclusione nel momento in cui sorge una struttura coimmunitaria globale basata sull’inclusione delle singole culture, degli interessi particolari e delle
solidarietà locali. Questa struttura acquisirebbe un formato planetario nel momento in cui la Terra
innervata da reti e infrastrutturata da schiume, venisse concepita come sfera personale e l’eccessivo
sfruttamento, finora dominante, come sfera estranea. Con questa svolta, la dimensione concretamente
universale diventerebbe operativa. La totalità inerme si trasformerebbe in un’unità protettiva. Al posto
del romanticismo della fratellanza subentrerebbe una logica cooperativa. L’umanità diventerebbe un
concetto politico. […] Una struttura simile si chiama “civiltà”. Le sue regole monastiche vanno redatte
ora o mai più. Esse codificheranno quelle antropotecniche che risultano conformi all’esistenza nel
contesto di tutti i contesti. Voler vivere al loro cospetto significherebbe prendere la decisione di
assumere, in esercizi quotidiani, le buone abitudini di una sopravvivenza comune»

.
In queste ultime righe di Devi cambiare la tua vita si concentra tutta la proposta
sloterdijkiana di riforma del concetto vigente di immunità che ha da millenni dominato la
storia dell’uomo.
Sloterdijk, introducendo il termine chiave “co-immunità” (Ko-immunität), intende in
questa sede pensare un accoppiamento inaudito tra sfera personale e sfera estranea: tra
soggetto e oggetto, tra uomo e ambiente. Questo accoppiamento tra umano e nonumano, oltre che tra gli uomini, al fine della preservazione di se stessi in quanto totalità,
e della biosfera quale entità capace di garantire la loro sopravvivenza, prende per
Sloterdijk i nomi di “civiltà” e “umanità”, e rappresenta il compito concreto delle
politiche e delle etiche future.

SCHIUME

Il terzo volume della trilogia di Sfere (1), descrive l’idea di società schiumosa, ossia di una società successiva al definitivo tramonto della Macrosfera europea avvenuto in seguito alle grandi esplorazioni, che hanno distrutto un’immagine del mondo che si era consolidata attraverso l’impianto metafisico (filosofico e religioso) greco-cristiano, che aveva governato per quasi 2000 anni l’universo simbolico occidentale

Dunque, dopo la dissoluzione dell’impianto Macrosferico d’immunità, ciò che rimane è un’ammasso di microsfere, correlate tra loro in contesti multipolari

Macrosfere minime magari (del tipo delle comunità religiose o politiche ad esempio), ma niente che assomigli più al sistema d’inclusività totale che era la Macrosfera dai caratteri onto-teo-logici

Mentre infatti era il creare un’immagine del mondo comune e condivisa il compito principale dell’impianto macrosferologico, al contrario, la contemporaneità è il luogo in cui non esiste più spazio cognitivo-immunologico condiviso. Bensì è il luogo della solitudine condivisa, della singolarità delle visioni del mondo giustapposte, ma mai messe in comune in modo da creare una Weltanschauung che sia propria di tutto il nostro tempo. L’apparente similarità delle visioni del mondo è frutto solo dell’azione dei media globali,onnipervasivi e ultraveloci, che, con la loro forma più che con il loro contenuto, hanno dato un sostrato comune alle monadi microsferiche.

Media perfetti per una comunicazione illimitata ma (2) fatto di *senzionalismo mediale molecolarizzato* che sfocia ora in inutili selfie, ora in *Sensation seeking*, pulsione a sentire in modo sempre più forte purchè eccitante anche se traumatico, violento, catastrofico, schoccante come se, sotterraneamente, la violenza esogena ambientale incombesse nella sua forma di *dark ecology*; un riscaldamento globale che non è improbabile potrebbe far scomparire la specie umana.

Un’epoca, cioè, che sotto le apparenze eccitate pare nascondere il terrore profondissimo di fine incombente dove tatoo e pircingh assumono la forma di surrogati di *sacrifici* autolesionisti ma protettivi verso il mondo esogeno che sembra tornato ad essere minaccioso e senza protezioni come all’inizio dell’olocene, era geologica (3) che ha permesso la vita come ancora la conosciamo sulla terra ma che potrebbe anche stare finendo non necessariamente per cause umane.

PETER SLOTERDIJK : SFEREultima modifica: 2020-06-02T20:41:33+02:00da allan11
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