“Il Nulla che tuttavia è”

In noi convivono, in presenze latenti, forme di coscienza interamente differenti dal tipo ordinario.
La presenza di una coscienza fondata solamente sul senso e sull’intelletto è illusoria nel voler rappresentare la totalità dei modi possibili della coscienza.

Il nostro Io cosciente si trova in continuità con un Io subcosciente che non è una degenerazione dell’Io cosciente ma una regione profonda dalle ricchezze ancora inesplorate, in cui si elaborano silenziosamente le intuizioni intellettuali.

A sua volta il subcosciente che emerge, da una parte nella coscienza chiara, continua, d’altra parte, con un mondo più vasto che lo supera e continuamente lo influenza.

Tale realtà transubliminale riceverà, d’altronde, determinazioni diverse.
Per il cristiano sarà Dio.
Per Kant, tutto ciò sarà una sorta di estetismo superiore riducibile al gioco raffinato cosciente e subcosciente.
Per Jung tappe di un movimento ascensionale sostenuto e orientato costantemente dai Simboli.

In ogni caso, questo movimento, porta sicuramente al fondo stesso del proprio Io, alla sua attività profonda, o, se si vuole, alla propria Libertà.

ANTECEDENTE

I sogni riguardano una fase del sonno “superficiale” (lo chiamano REM, o
rapid eye movement): più il sonno è “leggero” più i sogni si possono
ricordare.
Il sonno profondo non penso sia privo di sogni, anzi penso che ne sia la
sorgente – del resto non può essercene un’altra,- seppure non nella
forma “linguistica” o “sensoria” del sogno come tutti lo conosciamo.
Si potrebbe dire, magari semplificando, che nel sonno profondo si forma
l'”ispirazione” del sogno. E sarebbe per questa ragione che il sogno
rivela cose di noi non accessibili nella veglia (se non inconsciamente).
Le cose dette dal sogno sono un “discorso” di ciascuno fra sé e sé.

Ma perché il sogno deve essere interpretato?
Mi sembra che la ragione sia: perché ciò che causa l’ispirazione del
sogno (il “problema”) non potrebbe essere tollerato dalla
consapevolezza: non se ne vuole sapere. Talvolta comunque è così
pressante da portare al risveglio. In altre parole, durante la
“traduzione” dell’ispirazione in un racconto onirico intervengono quelli
che chiamerei “filtri del dolore”, che hanno il compito del
mascheramento del contenuto. Ciò, si dice, protegge il sonno, ossia
impedisce il risveglio.

Ma ho l’impressione che la cosa sia più comnplessa di così.
Se non ci fosse un'”ispirazione” dovuta a sofferenza psichica
ingestibile dalla fase di sonno profondo (che è comunque una fase di
“digestione” di materiale di esperienza e di sua integrazione indolore,
ciuoè di pensiero propriamente detto), l’ispirazione stessa non
causerebbe una trasposizione in una rappresentazione nei linguaggi della
veglia (visivo, auditivo ecc.), interessando funzioni cerebrali proprio
tipiche della veglia, seppure attivate a rovescio, ossia in forma
allucinatoria (che però è sempre possibile, anche nella veglia).

In questo senso il sogno ha sempre un’ispirazione in senso lato
“sofferente”, ma non solo nel senso corrente del termine. Anche la
soluzione di un problema di qualunque natura che sta a cuore ma di cui
non si vede la chiave è “sofferenza” e quindi può essere causa di sogni,
già essendo causa di importante lavoro di “digestione” durante il sonno
profondo. Il quale è detto – a mio parere impropriamente ‘sonno senza
sogni’ solo perché il messaggio non risale fino al sensorio.
Io penso invece che l’essenza del sogno – che ho chiamato ‘ispirazione’
– sia proprio dentro al sonno profondo, e ritengo, come dicevo sopra,
che la sua natura sia quella del *pensiero* propriamente detto, il quale
a mio parere è essenzialmente inconscio – mentre chiamiamo per antica
abitudine “pensiero” ciò che ne è solo espressione, ossia manifestazione
di natura “sensoriale” (o in generale linguistica).

Questo punto di vista avvicinerebbe la veglia al sogno molto più di
quanto non si ritenga di solito.

Ma se le cose stessero come sto dicendo, perché pensiero e linguaggio
non andrebbero d’accordo? In parte perché il secondo non è “pensiero” se
non in termini di filtraggio nelle interazioni col mondo esterno, e non
in termini di contenuti.

Mi pare però che una risposta più completa che si potrebbe dare sia la
seguente: il pensiero ha come funzione fondamentale l’associazione a
fini di sintesi, perciò non può lavorare su materiale appartenente ai
più disparati linguaggi. Deve lavorare, a mio parere, su strutture
funzionali, che quindi prescindono dai diversi linguaggi con cui le
informazioni sono pervenute. Il che è come dire che il pensiero
propriamente detto non è linguistico ma ‘dinamicamente logico’ (non nel
senso della logica formale ma del bon sens cartesiano, cioè
dell’intelligenza). Intelligere è sintetizzare strutture funzionali
(astratte) mediante una molteplicità di sottostrutture della più diversa
provenienza. E che questo lavoro sia per la maggior parte inconscio – e
che l’attività notturna ne svolga molto – lo rivela il fatto che spesso
al mattino si presenta l’eureka come se fosse comparso dal nulla; invece
non è così: la struttura “astratta” sintetizzata nel sonno, posta di
fronte al problema che era in sospeso, lo risolve, ossia ne mostra
l’intrinseca logica – vi “calza”.

Tutto ciò per dire che il pensiero propriamente detto è astratto in
essenza, per stringenti necessità funzionali, mentre il pensiero
consapevole – che si ritiene “il pensiero” da sempre – ne è solo
espressione, sempre parziale, sempre incompleta, specie a causa dei
compiti di filtraggio che i sistemi sensoriali (fra cui il linguaggio)
sono tenuti a gestire ai fini dell’efficacia delle relazioni col mondo
esterno.

Da questo punto di vista, il sogno rappresenta a sua volta un’emersione
dal sonno profondo, ma rispetto all’eureka è un fallimento, una
struttura astratta inefficace che mostra più le difficoltà del problema
che la sua soluzione – e il suo ricorrere lo conferma.

Ci sono altri aspetti del sogno: le condizioni fisiche, ma anche le
condizioni psichiche. Circa le prima è facile capire che i segnali
provenienti dal sistema possono rivelare problemi, che il sonno cerca di
risolvere come tutti gli altri problemi, ma si può anche capire che
l’assenza di sogni (del ricordarli) può essere causata talvolta da
paletti (pregiudizi) così inveterati e profondi che il risalire verso la
veglia per la rappresentazione del problema è inibita, ma non nel senso
di “vietata”: i pregiudizi – le relative strutture astratte –
costituiscono premesse strutturali che rendono superflua ogni libera
attività di sintesi (quindi ogni intelligenza; è quella a essere inibita
dal pregiudizio). In questo caso è facile però rilevare comportamenti
maniacali nelle relazioni, perché il conflitto con la realtà, alla
radice, c’è, e ciò che non si rivela nel sogno vien fuori come
comportamento, essendo il comportamente direttamente legato alle
strutture astratte della persona.

Omega

“Il Nulla che tuttavia è”ultima modifica: 2016-02-22T18:37:07+01:00da allan11
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