LA BANALITA’ DELLO SCIAME

“Vi sono segni dei tempi (Mt.16, 2-4) che, pur evidenti, gli uomini, che scrutano i segni nei cieli, non riescono a percepire. Essi si cristallizzano in eventi che annunciano e definiscono l’epoca che viene, eventi che possono passare inosservati e non alterare in nulla o quasi la realtà a cui si aggiungono e che, tuttavia, proprio per questo valgono come segni, come indici storici, *semeia ton kairon*. Uno di questi eventi ebbe luogo il 15 agosto del 1971, quando il governo americano, sotto la presidenza di Richard Nixon, dichiarò che la convertibilità del dollaro in oro era sospesa. Benché questa dichiarazione segnasse di fatto la fine di un sistema che aveva vincolato a lungo il valore della moneta a una base aurea, la notizia, giunta nel pieno delle vacanze estive, suscitò meno discussioni di quanto fosse legittimo aspettarsi.
Fu accettata senza batter ciglio.” (Giorgio Agamben)

Ora, però, quello che qui ci interessa non sono le sue conseguenze sul piano finanziario e/o religioso ma le sue implicazioni con il Linguaggio.

“A questa trasformazione del denaro corrisponde, necessariamente, anche una trasformazione del linguaggio” (Guy Debord)

Linguaggio che non ha più nulla, ora, da comunicare, che si presenta come una comunicazione dell’incomunicabile; un linguaggio il cui nesso col mondo si è spezzato.
Linguaggio e cultura, separati nei media e nella pubblicità, diventano una merce-vedetta della società spettacolare.
Come il denaro si riferiva all’oro, quindi allo scambio, così il linguaggio si riferiva alle cose e alla comunicazione.
Il nesso semantico con le cose corrisponde alla base aurea della moneta.
Se questo nesso significante viene meno il linguaggio, letteralmente, non dice più nulla.

Sorge così questa *microfisica di simulacri* conseguente a questo mondo frattale di dispersione.

“Quando le cose, i segni, le azioni vengono liberati dalla loro idea, dal loro concetto, dalla loro essenza, dal loro valore, dal loro riferimento, dalla loro origine e dal loro fine, allora entrano in autoriproduzione all’infinito […]
Indistinzione in cui le essenze si diluiscono in dosi omeopatiche […] Il movimento glorioso della modernità non ha portato ad una trasmutazione di tutti i valori, come abbiamo sognato, ma una dispersione e involuzione del valore, il cui risultato per noi è una confusione totale, l’impossibilità di riappropriarsi del principio di una determinazione estetica, o anche sessuale o politica, delle cose […] La semiologizzazione mediatica e pubblicitaria ha invaso tutto
[…]
Dai tempi della liberazione sessuale la parola d’ordine è stata quella del massimo di sessualità col minimo di riproduzione […] …attraverso la liberazione sessuale la sessualità non è riuscita a fare altro che autonomizzarsi come circolazione indifferente dei segni del sesso. Se pur ci troviamo in via di transizione verso una situazione transessuale, questa non ha affatto l’aspetto di una rivoluzione operata dal sesso sulla vita, ma piuttosto quella di una confusione e di una promiscuità che aprono all’indifferenza virtuale del sesso […] Qui comincia l’ordine, o il disordine metastasico, di demoltiplicazione per contiguità, di proliferazione cancerosa (che non obbedisce più neanche al codice genetico del valore). E allora in qualche modo in tutti i campi sfuma la grande avventura della sessualità, degli esseri sessuati a tutto vantaggio dello stadio anteriore degli esseri immorali e asessuati che si riproducono, come i protozoi, per semplice divisione del Medesimo e declinazione del codice. […] Questo è un aspetto della transessualità generale che si estende ben al di là del sesso – a tutte le discipline nella misura in cui esse perdono il loro carattere specifico ed entrano in un processo di confusione e di contagio, in un processo virale di indistinzione che è l’evento primo di tutti i nostri nuovi eventi. L’economia diventa transeconomia, il sesso diventa transessuale, l’estetica diventa transestetica…della banalità !!
(Jean Baudrillard)

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PS : RESTANO SOLO I SOGNI A DIRE LA VERITA’

C’è un mondo parallelo che dice solo cose autentiche, dove la creatività è solo quella del vero.
Mai qualcosa affermata in sogno è risultata falsa.
Né dopo né mai.

Forse perché attinge a quell'”Arché” che tutto precede.
Quell'”Inizio” cui anche il Logos segue.

Un “Arché” che non ti ignora.
Un “Arché” in fondo benevolo seppur spesso severo, che segue e conosce i tuoi passi e torna ogni notte a trovarti.

Parla una lingua strana, cifrata, fatta di Simboli, a volte facili ma più spesso impossibili.
Mistero notturno sempre ripetuto.
Senza possibilità di scampo.
A volte importunante ma mai gratuitamente cattivo.

Strano che sull'”abisso” su cui siamo esposti qualcuno ci parli come un amico.

“Non tutti i sogni hanno la stessa importanza. Già i primitivi distinguevano tra “piccoli” e “grandi” sogni. […]
A ben guardare i piccoli sogni sono frammenti della fantasia che compaiono ogni notte, provengono dalla sfera soggettiva e personale e, quanto al loro significato, si esauriscono nella vita quotidiana. La loro validità non va oltre le oscillazioni quotidiane dell’equilibrio psichico. Vi sono invece sogni pregni di significato, i quali spesso sono conservati nella memoria per tutta la vita, e formano non di rado il nucleo racchiuso nel forziere degli eventi psichici. […] Essi contengono i cosiddetti «motivi mitologici» o «mitologemi», che io ho definito col termine di archetipi […] e provengono dagli strati più profondi dell’inconscio collettivo. La loro significatività trapela – a prescindere dall’impressione soggettiva – già fin dalla loro plasticità, che mostra non di rado forza e bellezza poetiche. Essi si presentano perlopiù in periodi decisivi della vita, vale a dire nella prima giovinezza, durante la pubertà, a mezzo del cammino (fra i trentasei e i quarant’anni), e in cospectu mortis “.
[JUNG: La dinamica dell’Inconscio – pg.313]

“Come si sa per esperienza, l’inconscio ha una indipendenza estrema. Se non l’avesse, non potrebbe esercitare la sua funzione peculiare: la compensazione della coscienza. La coscienza è ammaestrabile come un pappagallo, non così l’inconscio. L’inconscio è un elemento psichico che si può addestrare soltanto apparentemente, e sempre a grande scapito della coscienza. E’ e rimane una parte della natura che non può venir né corretta né corrotta; i suoi segreti possono soltanto essere intravisti, non manipolati.”
[JUNG: Psicologia e alchimia – pg.52]

La “forma strutturale” dell’archetipo trascende il vissuto personale o la cultura particolare a cui appartiene l’individuo che lo esprime. E’ questo il significato che attribuisce Jung al termine “collettivo”.

“Ho scelto l’espressione “collettivo” perché questo inconscio non è di natura individuale, ma universale e cioè, al contrario della psiche personale, ha contenuti e comportamenti che (cum grano salis) sono gli stessi dappertutto e per tutti gli individui. In altre parole, è una entità unica per tutti gli uomini e costituisce un sostrato psichico comune, di natura sopra-personale, presente in ciascuno.
La sua esistenza psichica si riconosce soltanto dalla presenza di “contenuti capaci di divenire coscienti”; possiamo perciò parlare di un inconscio solo in quanto siamo in grado di indicarne i contenuti quando questi si manifestano alla coscienza (sogni, visioni, intuizioni, ispirazioni, ecc.) sotto forma di immagini tipiche universalmente diffuse nella storia della cultura: gli archetipi.
L’espressione “archetipo” si trova già in Filone di Aressandria con riferimento all’immagine di Dio nell’uomo. […] Nel “Corpus hermeticum” Dio è chiamato “la luce archetipica”. In Dionigi l’Areopagita l’espressione si trova ripetutamente: nel “De coelesti hierarchia”, II,4: “Gli archetipi immateriali”, come nel “De divinis nominibus”, II, 6. In sant’Agostino l’espressione “archetipo” non si trova, ma se ne trova l’idea; così nel De diversis quaestionibus, LXXXIII, 46: “Idee originarie… che non sono state create…, che sono contenute nell’intelligenza divina”. “Archetipo,” è una parafrasi esplicativa dell’éidos platonico.
Ai nostri fini tale designazione è pertinente e utile poiché ci dice che, per quanto riguarda i contenuti dell’inconscio collettivo, ci troviamo davanti a tipi arcaici o meglio ancora primigeni, cioè immagini universali presenti fin da tempi remoti. L’espressione “représentations collectives”, che Lévy-Bruhl usa per designare le figure simboliche delle primitive visioni del mondo, si potrebbe usare senza difficoltà anche per i contenuti inconsci, poiché significa più o meno la stessa cosa. Nelle tradizioni primitive della tribù gli archetipi si presentano modificati in una speciale accezione. Certamente non si tratta più di contenuti dell’inconscio: essi si sono ormai trasformati in formule consce, perlopiù tramandate in veste di insegnamenti esoterici, tipiche forme di trasmissione di contenuti collettivi originariamente derivanti dall’inconscio”.
[JUNG: Archetipi e inconscio collettivo – pgg. 3-4]

Non esistono ragioni (a parte i dogmi della dottrina materialista) per le quali si debba parlare di <> della psiche o dell’inconscio. Anzi, come dice Jung:

“Non siamo legittimati a considerare la psiche come un processo cerebrale, a prescindere dal fatto che il tentativo di rappresentarsi un qualcosa del genere è già stravagante di per sé e non ha mai prodotto altro che stravaganze, per quanto sia stato compiuto seriamente. […] Questo punto di vista si adatta però al pregiudizio materialistico, e perciò ogni assurdità viene consacrata come scientifica purché prometta di trasformare in fisico tutto ciò che è psichico. Auguriamoci che non siano lontani i tempi in cui questo residuo arrugginito e ormai mentalmente inerte verrà sradicato dalla testa dei nostri rappresentanti scientifici”. [JUNG: La dinamica dell’Inconscio – pg.299]

“Dapprima il concetto di inconscio si limitò a designare la situazione di contenuti rimossi o dimenticati. Per Freud l’inconscio, benché almeno metaforicamente compaia già come soggetto attivo, in sostanza non è altro che il punto ove convergono questi contenuti rimossi e dimenticati, e deve ad essi soli la sua importanza pratica. Conseguentemente, secondo questo modo di vedere, esso è esclusivamente di natura personale, benché d’altra parte Freud ne abbia riconosciuto la modalità di pensiero arcaico-mitologica.
Un certo strato per così dire superficiale dell’inconscio è senza dubbio personale: noi lo chiamiamo “inconscio personale”. Esso poggia però sopra uno strato più profondo che non deriva da esperienze e acquisizioni personali, ma è innato. Questo strato più profondo è il cosiddetto “inconscio collettivo”. [JUNG: Archetipi e inconscio collettivo – pg. 3]

“L’inconscio contiene sì da un lato le fonti istintuali e tutta la natura preistorica dell’uomo, giù giù fino al mondo animale, ma accanto a ciò anche tutti i germi creatori del futuro e la fonte di ogni fantasia formatrice. […]
Per me l’inconscio non è solo il receptaculum di tutti i fantasmi sordidi e di altri odiosi residui di epoche defunte, come per esempio quel sedimento di “opinione pubblica” storica che costituisce il “Super-io” di Freud, ma è propriamente lo stato germinale, sempre vivo e creativo, che si serve, sì, di vecchie immagini simboliche, ma esprime attraverso esse un nuovo spirito. […] Un nuovo spirito però non esce bell’e fatto come Pallade armata dalla testa di Zeus; un effetto sostanziale si ha solo quando il prodotto dell’inconscio viene posto in un rapporto serio con la coscienza”. [JUNG: Contrasto tra Freud e Jung – pg.230]

“Il Sé è così distanziato dalla coscienza che solo in parte può esprimersi con figure umane: per l’altra parte esso si esprime in simboli cosali, astratti.[…]
L’indefinita vastità della componente inconscia rende impossibile abbracciare e descrivere esaurientemente la personalità umana. Per questo l’inconscio integra il quadro con figure [simboliche] vive la cui gamma si estende dall’animale al divino – quali due punti estremi extraumani – e, con l’aggiunta del vegetale e dell’inorganico astratto, compone un microcosmo completo. […] Simboli vegetali sono di solito i fiori (loto o rosa), dai quali si passa alle figure geometriche, come il circolo, la sfera, il quadrato, la quaternità, l’orologio, ecc.”. [JUNG: Archetipi e inconscio collettivo – pg.182]

https://gabriellagiudici.it/il-sogno-di-jung-la-definizione-di-inconscio-collettivo-e-il-distacco-da-freud/

LA BANALITA’ DELLO SCIAMEultima modifica: 2019-04-26T14:27:46+02:00da allan11
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