LA “GRANDE NARRAZIONE FEMMINISTA”

Il manifesto o l’atto di nascita del postmoderno filosofico è “La condition postmoderne” (1979) di Jean-Francois Lyotard.
Secondo Lyotard, la modernità risulta caratterizzata da una serie di sintesi filosofico-politiche che egli, quasi a sottolinearne il carattere di «favole per adulti», definisce grandi racconti o «grandi narrazioni» («grands récits»).
Il tramonto di questi metaracconti — ai quali Lyotard aggiungerà quello cristiano della salvezza delle creature attraverso l’amore del figlio di Dio e quello capitalistico dell’emancipazione dalla povertà attraverso lo sviluppo tecnico-industriale — coincide con l’avvento del postmoderno è della sua sfiducia nei confronti delle legittimazioni onnicomprensive e totalizzanti: «Semplificando al massimo, possiamo considerare “postmoderna” l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni»
Alla base del postmoderno troviamo dunque la sfiducia verso i metaracconti.

Ma tutto ciò non corrisponde, semplicemente al vero.

Già il frutto di questa metamorfosi incombente traspare dal primo sviluppo della supposta “fine delle narrazioni” in quel “Pensiero debole”, quasi ne ricalcasse inconsapevolmente l’assonanza a quel “sesso debole” che avrebbe, poi, proseguito la favola ideal-marxista al di qua dell’Atlantico e, contemporaneamente, al di là, in quel “Politicall correct” che sfocerà nell’aberrante sentimentalismo degno di Lialà del “Love is love”, titolo perfetto per uno dei suoi innumerevoli “romanzi rosa”, nella femminea e matriarcale *liquefazione* lacrimevole e vittimistica conseguente all’assenza della Ragione, figlia unica del Logos maschile.

Sussiste, tutt’ora, infatti, l’ultimo dei grandi metaracconti; quello della GRANDE NARRAZIONE FEMMINISTA, appunto !

Le donne sono state promosse, hanno acquistato uno spazio notevolissimo all’interno della complessa struttura gerarchica della piramide sociale senza però metterne in discussione le fondamenta che anzi, oggi, grazie al loro contributo, sono ancora più solide rispetto al passato.
In altri termini quelle che sembrava dovessero rappresentare il soggetto di una trasformazione sociale e culturale epocale, hanno finito col diventare, nella loro grande maggioranza, uno strumento attivo e spesso consapevole del sistema, facendo proprie le logiche strumentali di cui è portatore, diventandone complici e ricavandosi uno spazio di potere al suo interno, anche se, ovviamente, con differenti ruoli e livelli di responsabilità.

Come il marxismo-leninismo fu la Grande Narrazione del proletariato, così il femminismo è la Grande Narrazione delle donne occidentali che si va progressivamente mondializzando, ad imitazione e, di fatto, in sostituzione del primo. Lo schema di interpretazione della storia è lo stesso del marxismo classico, ma le prospettive e gli attori rovesciati. La questione dei generi, ed in particolare quella femminile, non troverà più la naturale soluzione nell’ambito di una società libera dallo sfruttamento, ma al contrario sarà la liberazione femminile il presupposto di una società senza sfruttati, comunque la si chiami. Non più il proletariato ma il genere femminile, come motore di trasformazione e di liberazione. Ideologia figlia di quella tragica illusione di quel sessantottino femminismo, libertarismo , liberazione sessuale, e degli stessi movimenti omosessuali che, lungi dal rappresentare un cuneo nel dominio del capitale, hanno invece spinto intere generazioni a conformarsi alle sue nuove modalità di dominio.

Del resto lo aveva ben anticipato nel 1978, in piena guerra fredda, la lucida voce di Alexandr Solženicyn che scuoteva le coscienze soffermandosi, Il grande dissidente, nell’ intravedere delle inaspettate parentele tra occidentalismo e comunismo: materialismo assoluto, spirito irreligioso, idolatria della scienza.
Ad unire i due blocchi, sembra suggerire Solženicyn, c’è un fil rouge piú profondo della frattura geopolitica.
E quel “fil rouge” è ora, solamente, diventato “rosa”, mantenendo inalterato, però, al suo interno, lo stesso gradiente di oscena *ideologia*, Gender, ora, nella fattispecie.
Lo stesso *materialismo*, ora ancor più esasperato e irrazionalmente astratto proprio perché caratteristica tipica del femminile animoso (“In Animus” e non “Con un Animus”, direbbe Jung); lo stesso *spirito irreligioso*, che di spiritualità si nutre ben più il maschile, stessa *idolatria della scienza*, ora “scientismo”, che non sa vedere altro che il *pensiero calcolante* già profetizzato, nella sua aberrazione, da Heidegger.

Ma il perno, letteralmente demenziale, a cui ruota attorno tutta l’odierna GNF (Grande Narrazione Femminista), è quello della lettura della *Violenza* come attributo della aggressività e sete di potere del Maschile, nella fattispecie, quindi, del PATRIARCATO, quando, invece, questa è presente come complementare e/o “rovescio della medaglia” di quel Desiderio, analogo in tutti gli esseri umani e a qualunque sesso appartengano.
In realtà dietro a quelli che il mainstream definisce stereotipi culturali, ma che sono costanti individuabili in tutte le culture (in Occidente come in Oriente), esistono invece fattori biologici di base che confermano punto per punto il sapere tradizionale sui sessi: sessualità attiva, vocazione eroica e guerriera per il maschio, sessualità passiva, vocazione all’empatia, cura e relazioni affettive per la femmina.
Del resto è fatale che tale idiozia sulla Violenza come sinonimo di Maschile e Patriarcato vada per la maggiore dal momento che la descrizione sociologica, la più superficiale, viene ritenuta sufficiente a dar conto di fenomeni che affondano invece nella psiche di uomini e donne, quando non direttamente nella metafisica.
Ma detto mainstream masmediatico si guarda bene dal dare rilevanza, ad esempio, a realtà come le donne della ‘ndrangheta, quasi tutte boss , subalterne a nessuno, la cui ferocia supera di gran lunga quella maschile più atroce come, anche, quella sudamericana del cartello della cocaina di Griselde Blanc, spietata aguzzina di centinaia di esseri umani.
Ad ulteriore riprova che la Violenza riguarda solo il Desiderio di Potere di cui il “gentil sesso” non è per nulla immune se solo ne ha occasione di esprimerlo.

Resta il fatto che, ora, questa GNF è dietro il nome di *Progressismo* che si cela e prolifica indisturbata.

In Italia, in occasione di una delle ultime giornate contro le violenze sulla donna, un manifesto-appello firmato da molti uomini di sinistra esprimeva il concetto che «i veri uomini non stuprano e non usano violenza». A sinistra, schiacciati sulle concezioni del femminismo, si dice questo, non altro. «In ogni maschio c’è uno stupratore potenziale», disse anni addietro l’ex sindaco diessino di Bologna Walter Vitali.

Così, se il classico proletariato sta sfumando nei numeri e nella capacità di porsi come portatore di una reale controcultura, se i sogni terzomondisti si sono rivelati fallaci, se il concetto di «moltitudine» individuato da Toni Negri è troppo generico e indistinto, e se, infine, la figura del consumatore contrapposto al produttore evoca più modesti scenari da centro commerciale che palingenesi sociali, la «contraddizione principale» è stata individuata nell’unico elemento che sarebbe veramente costante nella storia, a prescindere dalle forme e dai rapporti di produzione, ed oltre l’evoluzione delle classi sociali, ossia nella contrapposizione fra generi.

Va da sé che in questo scenario la parte dell’oppressore tocca agli uomini attraverso il sistema patriarcale, struttura sociale e culturale resistente ai cambiamenti politici ed economici, mentre la parte dell’oppresso è assegnata alle donne.
Solo la modernità avrebbe creato le condizioni affinché il patriarcato potesse essere messo in discussione da quella che ormai viene considerata l’unica rivoluzione veramente riuscita, quella femminile e giovanile.
http://www.numagazine.it/phpversion/viewrecensione.php?id=92

Lo schema di interpretazione della storia è lo stesso del marxismo classico, come si è già rilevato, ma le prospettive e gli attori rovesciati.
La questione dei generi, ed in particolare quella femminile, non troverà più la naturale soluzione nell’ambito di una società libera dallo sfruttamento, ma al contrario sarà la liberazione femminile il presupposto di una società senza sfruttati, comunque la si chiami.
Non più il proletariato ma il genere femminile, come motore di trasformazione e di liberazione.

A più riprese esponenti PD hanno dichiarato che ciò che è bene per le donne è bene per tutti.
Questo rovesciamento di prospettive e del rapporto causa-effetto sta ormai prevalendo anche in vari organismi internazionali, primo fra tutti l’Onu. I programmi di lotta alla povertà, ad esempio, sono orientati verso la specifica lotta a quella femminile come chiave di volta per combattere la povertà tout court. Come se i maschi non ne fossero afflitti o fossero la causa della povertà delle donne, e come se i redditi maschili, in quelle parti del mondo, non fossero in realtà redditi familiari di cui anche le donne usufruiscono.

Questa nuova griglia ideologica di interpretazione della realtà, necessita fondamentalmente di due tipi di operazioni. Una rilettura complessiva della storia per rintracciarne il nuovo filo conduttore e una rappresentazione dell’avversario che rafforzi l’assunto di partenza, anche a costo di forzature o distorsioni della verità.
Se fino a qualche decennio fa era «il padrone» l’oggetto di tanta attenzione, ora la stessa sorte tocca agli uomini, di qualcuno dei quali non si può disconoscere la grandezza, ma sempre a titolo individuale e personale, mai come genere.
Guerra fra i sessi, dunque, come nuovo paradigma della storia. Non sempre questo paradigma è esplicitato nella linea politica ufficiale. Mentre è più manifesto nella sinistra radicale, nei partiti riformisti il concetto viene sfumato in una più generica necessità di riequilibrio di poteri fra uomini e donne. Negli uni e negli altri è però ben presente negli articoli dei giornali, in filigrana nelle pagine di cronaca, più esplicitamente nelle pagine culturali.
Insomma, virilità, assertività maschile sono oggi tabù tanto quanto, viceversa, siamo in piena esaltazione di tutto ciò che è femminile.

Sembra quindi che il mondo femminile, e conseguentemente omosessuale e ora maschile tout court, abbia fatto propria la concezione che, come abbiamo visto, è propria del femminismo e della sinistra che ne ha sposato le tesi, di un maschile in sé oppressore e della storia come dominio del maschio bianco adulto eterosessuale su ogni minoranza.

Questo spiega, infine, la provenienza di quel processo evidente di “femminilizzazione” del maschile oramai dilagante, stante un femminile che si afferma nella “negazione della madre” a cui consegue quella del “assenza del padre” e che genera solo quella “fluidità” che son solo le prime avvisaglie della emersione di quello *psicotico* che è dentro ad ognuno di noi e che, per ora, sarà pur “di moda”, ma che non tarderà, prima o poi, ad innescare quelle crisi di “indifferenziazione” che sono all’origine di tutte le catastrofi belliche.

LA GRANDE MENZOGNA DELLA “NARRAZIONE FEMMINISTA”

“…il dogma dell’Assunzione, che io, sia detto per inciso, ritengo il più importante avvenimento religioso dai tempi della Riforma…..La dichiarazione papale non potrebbe essere più coerente di quel che è e il protestantesimo col suo atteggiamento si acquista la taccia di una RELIGIONE PURAMENTE MASCHILE, la quale non conosce una RAPPRESENTAZIONE METAFISICA DELLA DONNA; un po’ alla maniera del mithraismo a cui questo pregiudizio è stato di gran danno. Il protestantesimo non ha evidentemente prestato sufficiente attenzione ai segni del tempo che richiamano l’attenzione sull’ EQUIPARAZIONE dei diritti a favore della donna. L’equiparazione dei diritti richiede infatti UN SUO ANCORAGGIO METAFISICO NELLA FIGURA DI UNA DONNA “DIVINA”….IL FEMMINILE ESIGE UNA RAPPRESENTAZIONE ALTRETTANTO PERSONIFICATA QUANTO IL MASCHILE. ”

Carl Gustav Jung
Vol 11
“Psicologia e religione”
pag: 444

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Il più importante dizionario americano ha scelto il termine “femminismo” come parola dell’anno. E’ infatti evidente che assistiamo a un rigurgito, su scala mondiale (ma il cui epicentro è come sempre l’America “liberal”), di neofemminismo. Allora cerchiamo di vedere le cose come stanno senza ascoltare le sirene del circo mediatico, che come diceva Costanzo Preve ci conducono sempre a schiantarci sugli scogli.
Sia dietro al termine “femminicidio”, sia dietro all’ondata di accuse di violenza sessuale a distanza di anni o decenni, ci sta una nuova ondata dell’ideologia femminista (che come al solito è in amorosi sensi col neocapitalismo globale, di cui è un ingrediente sistemico e non occasionale, e come tale è veicolata dai media di potere) pronta a strumentalizzare ogni atto di violenza incresciosa compiuta da maschi bianchi adulti. Quello che si sta abbattendo su ricchi, famosi e un po’ sordidi uomini di potere americani non è nient’altro che l’ennesimo attacco simbolico al ruolo sociale del maschio. E’ questo l’obiettivo nemmeno tanto nascosto di queste campagne mediatiche. La colpa di queste persone non è quella di avere compiuta una violenza vera o presunta, ma quella di averla compiuta da maschi bianchi di potere. Esattamente come la scelta del neologismo “femminicidio” in Italia non corrisponde solo a un vero imperdonabile stupro della lingua italiana, ma alla precisa volontà di colpevolizzazione del maschio. Esistono infatti gli “omicidi” di donne e di uomini, non esiste il “femminicidio”. Come non esistono il “sessismo”, “l’omofobia”, la “xenofobia”, “l’slamofobia” e tutte le parole inventate dalla neolingua orwelliana per cambiare, attraverso il linguaggio, il modo di pensare della gente.

MARTINO MORA


Trump ha bandito dai documenti dell’Amministrazione Federale USA i termini “trans” e “feto”. Ora, non ho voglia di entrare nella sostanza del tema. Ciò che mi preme far notare è la potenza delle visioni post-moderne e decostruttiviste nei nostri tempi. Queste visioni in buona sostanza partono dall’assunto che non tanto la Verità non esiste ma che non esiste manco la Realtà (intesa come oggettività). Tutto è narrazione, e se tutto è narrazione tutto è linguistica. Conseguentemente se tutto è narrazione basta cambiare la lingua per cambiare la narrazione e in definitiva per cambiare la percezione del reale se non il reale stesso.
Fino ad ora, soprattutto in USA, questa logica è stata usata, come un arma politica potentissima, soprattutto dalle élites liberal per guadagnare il consenso ad un livello profondo della coscienza delle masse. Ora anche Trump usa lo strumento linguistico per imporre una visione opposta rispetto a quella usata dalle precedenti élites al potere e rappresentate da Obama.
Senza voler entrare nel merito è chiaro che utilizzare la parola “trans” nei documenti ufficiali significa accreditare – in ossequio alle cosiddette teorie di genere – l’esistenza di condizioni differenti rispetto a quella cromosomica di “maschio” e “femmina”. Così allo stesso modo utilizzare la parola “feto” nei documenti ufficiali dell’Amministrazione significa accreditare l’idea che l’essere umano concepito ma non ancora nato non sia un essere umano compiuto e dunque accogliendo linguisticamente una tesi abortista.
Allo stesso modo, proibire la parola “trans” e “feto” come ha fatto Trump significa accreditare rispettivamente una ideologia anti gender e un’idea anti abortista.
Ciò che mi preme in questo discorso è dire che Trump è tutt’altro che uno zotico e uno sprovveduto, ma al contrario, un sofisticato persuasore che sa utilizzare al servizio delle sue idee lo strumento della linguistica e la filosofia post moderna.
PS Moltissimi non conoscono Deleuze e Guattari, ma la nostra società è profondamente influenzata dalle loro idee.

GIUSEPPE MASALA

LA “GRANDE NARRAZIONE FEMMINISTA”ultima modifica: 2017-12-13T10:31:41+01:00da allan11
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