RITORNARE A FREUD

Il Dasein, l’Esserci heideggeriano, filosofia disincarnata e neo/teologica, ha una costituzione che è intrinsecamente alterazione, proprio perché ha a proprio fondamento l’assolutamente Altro, il grande Altro: tanto che la più autentica appropriazione di sé da parte del Dasein consiste propriamente nell’espropriazione che gli arriva attraverso l’invio e la chiamata dell’Essere; significa nientificazione della sua corporeità storico-biologica, della catena generazionale, psichica e sociale, da cui nasce la sua individualità, ed accoglimento del nulla, del non essere della morte come luogo privilegiato di provenienza e di senso della sua esistenza.
Su questa espropriazione ontologica dell’esistenza umana, che nel venire espropriata dall’Essere trova il suo più vero ed autentico «proprio», su questa strutturale mancanza ad essere che rende fallaci ed estrinseche tutte le identificazioni, su questo «singolare plurale», su una comunità ad-venire che si annuncia e senza comunità e senza sovranità, perché fissarsi in permanenze di leggi e istituzioni significherebbe tornare a società identitarie e repressive, ha riflettuto e teorizzato, ciascuno in un suo modo specifico, tutti i pensatori che da Heidegger hanno preso le mosse e che del vuoto e del nulla hanno fatto le categorie originarie del loro pensare (J.-L. Nancy, J. Derrida, G. Agamben, R.Esposito), e che sulla valorizzazione del vuoto hanno costruito la loro visione della politica.
Consegnando così ai suoi contemporanei un’antropologia senza corpo e senza sangue che, proprio perché disincarnata, ha messo in scena una fuoriuscita palingenetica dalla modernità istituita sulla vuotezza leggera della possibilità.
Perciò è necessario ripartire da qui.
Affinché il possibile si configuri come pensiero e prassi del futuro incarnati nel necessario del presente, radicati nella sua materialità, e dunque capaci di estrarne percorsi concreti e determinati di alterazione che non si perdano nell’indeterminatezza di un’alterazione mossa da un assolutamente Altro.
Prendere atto cioè dell’estenuazione del paradigma dell’ontologia esistenziale di Heidegger e avviarsi su un percorso fecondato dalla scienza psicoanalitica che, nel riferimento ad un modello teorico alimentato sia dal freudismo che dallo junghismo, rompa da un lato con il semplicismo e la sterilità dell’antropologia comunitaria del marxismo, e si tenga per altro lontano dal cerebralismo e dalle fumoserie sofistiche di Jacques Lacan, troppo esposte anch’esse fin dall’inizio, e non a caso, al vuoto nullificante della differenza ontologica.
Ripensare il parallelismo platonico tra psiche e politica a muovere da un asso di verticalizzazione del soggetto umano, da una societas infrasoggettiva appunto, che s’opponga alla verticalizzazione abissale e senza fondo della differenza ontologica.
L’infrasoggettività della psiche freudiana è istituita sulla natura una e bina dell’essere umano, nella quale la mente nasce come funzione terapeutica del corpo, come luogo di mediazione tra i bisogni e le pulsioni del corpo da un lato e l’ambente esterno dall’altro. La mente cioè ha il compito di tradurre nella presenza della rappresentazione psichica l’irrappresentabile del corpo, costituito da processi fisici, di natura energetico-chimica, originariamente irrappresentabili perché di composizione e di matura solo quantitativa. In tale prospettiva alla distanza abissale e metafisica della differenza ontologica si contrappone la dualità infrasoggettiva di quantità e qualità: in una connessione tra il sentire del corpo che non è un conoscere da un lato e il riconoscere, dall’altro, da parte della mente di questo sentire, accogliendolo nella luce della sua presenza e mettendolo in relazione con le possibilità di realizzazione offerte dalla realtà del mondo esterno.
Non più una mente ,cioè, quale appare quella del nuovo lavoro mentale, astratta e separata dal dialogo interiore col proprio corpo emozionale come luogo privilegiato da cui attingere il senso del vivere e dell’agire, e tutta predisposta a un dialogo invece esteriore nell’accogliere significati, informazioni e percorsi di lavoro già precodificati e ordinati secondo codici e intenzioni di altri da sé.
Ma a questo punto del discorso, e della sua configurazione utopica, non è chi non veda quanto una fuoriuscita dalla politica come mera tecnica della democrazia e della sua governamentalità implichi un confronto, non esteriore, con quelle scienze psicoanalitiche che hanno come loro oggetto precipuo d’azione e di cura, la terapia della soggettività povera e dei suoi impedimenti a maturare e a vivere.

Al di là della governance. La politica come riconoscimento

RITORNARE A FREUDultima modifica: 2017-05-02T14:01:45+02:00da allan11
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