Arte & Psicoanalisi

“Come organizzazione significante di un’alterità radicale, extrasignificante”
…e non come il platonico Nietzsche come “cattiva mimesi” atta solo a nascondere il *nulla* quando, invece, è la rappresentazione del ni-ente, (al di là dei rari giudizi di Lacan su Nietzsche, giudizi spesso poco lusinghieri) cioè di una alterità radicale, quello della *Cosa*.

L’inconscio, dapprima inteso come “insistenza significativa” in attesa di riconoscimento (Freud), diventera’ una “faglia”(Lacan), una discontinuita’ impossibile da colmare, da logicizzare interamente attraverso il sapere, un buco e insieme il suo bordo, la sua bordatura, la sua circoscrivibilita’.
Lacan utilizzera’ per parlare di cio’ la metafora gia’ utilizzata da Heidegger nel suo scritto Das Ding, La Cosa.
“La Cosa” : ovvero cio’ che per definizione e’ destinato a restare al di fuori del discorso dell’Altro e non puo’ essere assimilato al sapere, ma piuttosto lo fonda come origine del linguaggio e della possibilita’ della conoscenza.

[“Il discorso della scienza rigetta la presenza della Cosa, per il fatto che, nella sua prospettiva, si profila l’ideale del sapere assoluto, e cioe’ qualcosa che pone ugualmente la Cosa, ma senza renderne conto.
Ciascuno sa che una tale prospettiva si rivela in fin dei conti nella storia rappresentare un fallimento.
Il discorso della scienza e’ determinato da questa Verwerfung, e probabilmente per questo – quel che e’ rigettato dal simbolico riapparendo secondo la mia formula, nel reale – si trova a sfociare su una prospettiva in cui, al limite della fisica, si profila appunto qualcosa di altrettanto enigmatico della Cosa”]

Uno dei riferimenti che Lacan ci da per intendere la Cosa e’ il saggio di Heidegger “Das Ding”.
Heidegger approccia la questione della Cosa accostandosi ad essa a partire dalla metafora del vaso.
Il lavoro dell’artigiano e’ teso a ritagliare un confine, creando ex nihilo uno spazio in quanto vuoto e potenzialmente pieno allo stesso tempo, dividendo il dentro dal fuori, mettendo in comunicazione l’interno con l’esterno; e cio’ che fa non e’ nient’altro che ritagliare un limite, un confine, un lembo di spazio.
Nella teoria di Lacan il linguaggio opera allo stesso modo: ritaglia un confine intorno al vuoto, al reale della Cosa.

Il culto realistico della Cosa—il realismo psicotico dell’arte contemporanea si manifesta nella tendenza attuale dello sperimentalismo post-avanguardista che, con particolare riferimento alla cosiddetta Body Art, giunge ad un’esibizione del corpo dell’artista come incarnazione pura, diretta e priva di mediazioni simboliche, del reale osceno della Cosa. In effetti l’opera di artisti come Gina Pane, Orlan, Franko B., Stelarc mette in scena il reale della Cosa senza alcuna velatura assumendo il corpo dell’artista come luogo di un acting out dell’orrore: corpo straziato, tagliato, lacerato, mutilato, deformato, invaso da supplementi tecnologici, alterato nelle su funzioni.

La tesi lacaniana dell’opera d’arte come bordatura del vuoto di Das Ding ci sospinge a preservare invece una distanza essenziale tra l’opera d’arte e il vuoto che essa organizza e circoscrive. Questa tesi è in aperta opposizione con l’idea dell’arte come esibizione perversa e psicotica della Cosa. Mentre il realismo psicotico dell’arte contemporanea esalta il reale al di là di ogni mediazione simbolica (in Franko B., per esempio, il sangue è esaltato come interno essenziale del corpo che deve potersi manifestare direttamente, attraverso tagli e ferite, all’esterno),  per Lacan l’arte è una circoscrizione significante dell’incandescenza della Cosa. In effetti la Cosa di Lacan non si riduce alla Cosa di Heidegger. La Cosa di Lacan non è solo la Cosa come vuoto localizzato nel vaso (secondo una metafora che Heidegger stesso reperisce nel Tao te Ching). L’essere della Cosa freudiana, ripresa da Lacan, non è solo (heideggerianemente) ciò che marca il limite della rappresentazione. E’ questo, se si vuole, il carattere ermeneutico della Cosa, la sua eccentricità irriducibile rispetto alle immagini e al significante. In realtà il volto più scabroso della Cosa non è quello dell’irrappresentabile, non è quello (heideggeriano) del vuoto come custode della differenza ontologica della Cosa dall’ente, non è  quello di ciò che sfugge alla rappresentazione (di ciò che non è un ente), ma quello di un vuoto che diviene vortice, “zona di incandescenza”, abisso che aspira, eccesso di godimento, orrore, caos terrificante.

La bellezza è un velo apollineo che deve far presentire il caos dionisiaco che pulsa in essa.
La prima estetica di Lacan convoca, in questo senso “niccianamente”, l’arte come rimedio difensivo nei confronti del reale.

Ma il bello come difesa dal reale non è la stessa cosa della rimozione tout court del reale.
La sublimazione artistica è dunque il contrario della rimozione: mentre la rimozione allontana la Cosa, la sublimazione la raggiunge per via di un rinnovamento della percezione dell’oggetto.
Si tratta di una operazione di riduzione progressiva dell’immaginario, ovvero di una sua simbolizzazione radicale, per giungere in seguito ad individuare nello stesso campo simbolico l’elemento irriducibile al simbolico, la marca fondamentale (asemantica) che istituisce il soggetto e il suo destino.

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http://www.lacan.com/symptom6_articles/recalcati-estetichedilacan.html

http://www.humantrainer.com/articoli/tognassi-freud-lacan.html

Arte & Psicoanalisiultima modifica: 2015-09-18T15:18:56+02:00da allan11
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