L’illusione omogenitoriale e della psicologia

L’assillo della normalità si manifesta nella rivendicazione del diritto di ottenere legittimazione sociale. È come se il problema (cioè un ostacolo, un interrogativo profondo) trovasse una soluzione definitiva nella legittimazione legale e sociale. Ma il “normale”, sia esso statistico o legale, non è in grado, in sé, di rispondere alla specificità dell’esserci al mondo e del proprio valore.
Vi legge un’angoscia a cui consegue quasi un’ossessione di normalità che può celare un profondo vissuto di inferiorità-marginalità.

LoveIsLove ha scritto su twitter il presidente degli Stati Uniti Barack Obama alla notizia della decisione della Corte Suprema statunitense di abrogare il Doma. Ma non è senza conseguenze un mondo in cui si accettino matrimonio e adozioni omosessuali.
Pubblichiamo di seguito uno stralcio del saggio “Sul paradosso dell’omogenitorialità”, uscito sull’ultimo numero della rivista Vita e Pensiero. Il breve saggio è firmato da Vittorio Cigoli, professore di Psicologia clinica delle relazioni di coppia e famiglia, e Eugenia Scabini, professore emerito di psicologia sociale. I due autori, dopo aver ricordato le ricerche dei sociologi Mark Regnerus e Loren Marks, entrano nel merito della questione psicologica.
Possiamo partire dalla posizione psicoanalitica classica, chiaramente espressa da Silvia Vegetti Finzi, che fa leva sul triangolo edipico, architrave dell’inconscio, che ritiene essenziale, per un corretto sviluppo dell’essere umano, il riferimento al padre e alla madre. L’identità si costruisce attraverso un processo di identifi cazione che coinvolge tanto la psiche quanto il corpo sessuato dei genitori e che si delinea nella differenza. Al proposito noi preferiamo parlare, con un termine forte, di “incorporazione” ancor prima che di identificazione: la persona del figlio si incorpora infatti nella storia familiare, cioè ne è parte costitutiva.
Ma anche tra gli psicoanalisti vi sono altre posizioni, come ad esempio quella espressa da Antonino Ferro; si parla in questo caso di sessualità come accoppiamento tra le menti e di funzioni paterne e materne che possono essere esercitate prescindendo da qualsiasi riferimento al corpo sessuato. Si sente qui l’infl uenza delle teorie del gender e in particolare della queer theory che, in linea con la posizione costruttivista, sostiene la tesi che il genere è una pura costruzione sociale (come ampiamente discusso nel contributo di Sylviane Agacinski sul numero scorso di «Vita e Pensiero»). Una posizione, questa, che riteniamo “riduzionista” perché denega la differenza anatomo-biologica.

Questa posizione si inserisce in quel fenomeno che Chasseguet-Smirgel (Il corpo come specchio del mondo, 2005) ha acutamente indicato come rivolta contro l’ordine biologico caratteristica della cultura dell’Occidente che oggi assume varie forme, dalla mutilazione dei corpi e commercio degli organi, agli interventi di mutazione del sesso, alle madri in affitto, al reimpianto di embrioni congelati dopo la morte dei genitori o di un genitore. All’origine di questo drammatico disinvestimento sul corpo, che lo “depersonalizza” togliendogli il carattere di corpo vivente, sta la mancata integrazione o meglio, se si vuole, la scissione, tra l’io corporeo e l’io psichico. Ciò porta a varie forme di perversione mosse da un desiderio di onnipotenza (è del desiderio inconscio la connaturata insofferenza del limite) che vuole fare accadere ciò che è impossibile, com’è il generare con corpi “omogeneri”. Ci troviamo così di fronte all’ibrido e all’indistinto. È entro questo quadro che si situa la concezione del corpo come indifferenziato; in esso scompaiono le differenze tra i sessi e tra le generazioni (ma anche tra il bambino e l’adulto) e si preconizza una società fatta di ibridazioni, transgenere, postpadre e postmadre.
In tale contesto si evidenzia così una nuova forma di rischio generativo che oggi vive non tanto di imposizione e/o di subordinazione di un genere sull’altro o del genitore sul fi glio, ma piuttosto utilizza il diniego della differenza tra generi e generazioni e sostiene la loro confusione e indistinzione. Potremmo parlare dell’hybris dell’uomo moderno, che nega il limite e il vincolo dell’essere generato, dell’appartenere a un sesso (e perciò non a un altro) e di abbisognare dell’altro per generare.
La differenza di genere, generazione, stirpe è invece la costante e lo specifi co dei legami familiari. Tale differenza viene trattata in modo diverso dalle varie culture, ma è risaputo come le scissioni tra ordine biologico e psico-antropologico e il diniego delle differenze stiano all’origine di molti e gravi problemi relazionali. Usando una terminologia lacaniana, potremmo dire che l’immaginario (il mondo delle rappresentazioni) ha la meglio sul registro simbolico (il terzo tipico del legame che viene dalla differenza). In ogni caso l’attacco alla differenza e alla complementarietà che ne deriva, che si manifesta attraverso l’invidia, il disprezzo e l’abuso nei confronti dell’altro è un pericolo ricorrente dei legami familiari, come la storia ben insegna.
Cosa accade allora sul piano psichico-generazionale quando una coppia “omo” affronta la sfida della genitorialità?
La prima riflessione riguarda proprio il fatto della richiesta di diventare genitori. Perché? Vi possiamo leggere l’attrattiva nostalgica di un bene da cui si è esclusi per scelta e condizione di vita, ma anche una sorta di contraddizione e quasi “un tradimento” di questa scelta, come afferma certa colta cultura gay che, riconoscendosi nella sua specificità, parla in questi casi di omofobia internalizzata. Più in generale il clinico (V. Cigoli, Il viaggio iniziatico, 2012) vi legge un’angoscia a cui consegue quasi un’ossessione di normalità che può celare un profondo vissuto di inferiorità-marginalità, sentimento che non è peraltro proprietà esclusiva di coppie gay o lesbiche, dato che attraversa la vita di molte coppie e persone. In particolare, l’assillo della normalità si manifesta nella rivendicazione del diritto di ottenere legittimazione sociale. È come se il problema (cioè un ostacolo, un interrogativo profondo) trovasse una soluzione defi nitiva nella legittimazione legale e sociale. Ma il “normale”, sia esso statistico o legale, non è in grado, in sé, di rispondere alla specifi cità dell’esserci al mondo e del proprio valore.
Ma veniamo ora al travaglio psichico della coppia “omo” che inizia l’itinerario della fi liazione facendo ricorso a inseminazione eterologa o ad affi tto dell’utero.
In una delle (poche) ricerche qualitative condotte in Belgio con interviste in profondità su coppie gay e lesbiche (D. Naziri, E. Feld-Elzon, A. Ovart, Les nouvelles familles, 2010), gli autori, a proposito di queste ultime, si soffermano sul vissuto minaccioso relativo alla presenza del donatore anonimo, al quale giocoforza la coppia deve ricorrere. Il tema dell’estraneo persecutore è del resto presente anche nelle coppie che ricorrono alla fecondazione eterologa, come ha ben mostrato Marie-M. Châtel. Questa presenza intrusiva viene vissuta secondo modalità diversifi cate da quella che sarà la madre biologica e quella che invece sarà la madre sociale; in ogni caso, tale presenza rompe il “fantasma dell’identico” reintroducendo il rapporto con la differenza anatomica senza la quale non si dà fi liazione. E non che tutto questo possa essere risolto sic et simpliciter facendo uscire dall’anonimato il donatore (che in genere è prezzolato, a meno che si tratti di un amico gay), perché egli da una parte ripropone la scissione tra il biologico e il simbolico (è un produttore di seme, non certo un padre) e dall’altra, nella misura in cui “pretende” di fare da padre, attenta alla coppia omosessuale in quanto appunto “omo”, qualifi cantesi cioè per l’identico-ibrido.
Per quanto riguarda poi le coppie gay, come nota Gratton, i resoconti di cui disponiamo sono più limitati numericamente (e in effetti le coppie omogenitoriali lesbiche sono assai più numerose delle coppie omogenitoriali gay). Ciò non toglie che qualche profonda differenza balzi in tutta evidenza. Esse fondamentalmente paiono consistere nel fatto che la scelta genitoriale dei gay è molto meno di coppia e molto più del singolo e che tale scelta mette in evidente contraddizione il Sé omosessuale con il Sé genitoriale. Ciò con buona probabilità a causa del fatto che manca l’aggancio del corpo nell’esperienza della gravidanza, presente nelle donne lesbiche. Il passaggio alla genitorialità è quindi ben più trasgressivo, più sfi dante in termini di onnipotenza, più insomma al di là del limite. Ma anche in questo caso il luogo generativo (utero in affi tto) e la sua presenza terza non può in nessun modo essere ignorata. A ciò si aggiunga il dramma di chi affi tta l’utero e si tiene il bambino in grembo “obbligandosi” (attraverso potenti meccanismi di scissione) a trattare il proprio e altrui corpo come una cosa priva di senso e parola generazionale. Cosa ne facciamo allora del sofisticato dialogo madre-bambino intrauterino di cui da tempo parla la ricerca psicologica? E l’intersoggettività come presupposizione dell’umano è solo un fatto operante in presenza fisica?
In realtà anche le coppie omosessuali, allorché hanno figli, non possono che fare i conti con la differenza di genere maschile e femminile.
Ecco il paradosso.
Ma vi è di più, essere genitori fa rientrare inevitabilmente le persone nella logica dello scambio tra le generazioni. Il figlio non va confuso con il bambino, un generato che, attraverso la coppia, entra nel registro generazionale. Sarà neonato, bambino, adolescente, adulto e anziano, ma la sua iscrizione è generazionale, come ben evidenzia la clinica sistemico-relazionale. Purtroppo anche molta ricerca psicologica, in nome degli individui che fanno coppia, denega tale evidenza e confonde la coppia genitoriale con la generatività che riguarda sempre più generazioni. È come, insomma, se la coppia fosse all’origine di tutto e non fosse a sua volta generata. Così anche la coppia omosessuale, proprio come la coppia eterosessuale, nel momento in cui entra nel registro della genitorialità deve rispondere dei legami e delle storie generazionali in cui il figlio si iscrive.
In quale storia generazionale si iscrive il figlio? Da quali “antenati” ha preso e che cosa? Che posto occupa nella genealogia di ciascun membro della coppia? E come tutto questo viene vissuto dalle famiglie di origine? E che ne è della “stirpe” del donatore o della donna che ha prestato l’utero? Questo problema si ripropone inevitabilmente a livello genetico (specie quando compare qualche malattia), ma nell’umano il genetico è più propriamente il corporeo, quel corpo vivente che è da subito simbolizzato.
Qui si situa per il figlio il tema cruciale delle origini e della loro oscurità che, come sappiamo dagli studi sull’adozione, è un nodo altamente critico e problematico. Vi è però una differenza a proposito della fantasmatica sull’assente e del segreto delle origini nell’adozione e nella fecondazione eterologa. Nel primo caso, diversamente che nel secondo, la coppia eterosessuale che offre un corpo infecondo nel quale è presente la differenza non sceglie di far nascere il figlio secondo la modalità “prometeica” omogenere, ma sceglie di accogliere un figlio già nato (quindi dato) che, nel suo dramma, ha un abbandono e spesso un segreto d’origine. È quindi meno esposta alla fantasia del terzo “estraneo e persecutore”.
Il nostro “modello relazionale-simbolico” di lettura dei legami famigliari (cfr. E. Scabini, V. Cigoli, Alla ricerca del famigliare, 2012) ritiene centrale sia il tema della differenza di genere, sia quello della differenza di generazione e di stirpe, e con esso il tema delle origini.
Quest’ultimo è legato al transfert generazionale che vive di azioni tipiche quali il trasmettere e il tramandare. Partendo da questa prospettiva possiamo perciò chiederci: qual è l’eredità con la quale il figlio delle coppie “omo” deve fare i conti? Egli, per situarsi come soggetto con una sua identità, dovrà trattare il congiungimento con la differenza sessuale da cui è venuto, differenza che la coppia adulta omogenitoriale non ha affrontato o ha affrontato scindendo il biologico (seme, utero) dal simbolico, facendo evaporare dal corpo la parola che lo innerva di senso. Egli dovrà cioè integrare ciò che gli arriva scisso, dovrà dare parola, se mai lo potrà fare, all’ignoto-oscuro che grava sulla sua origine. Il compito che avrà sulle spalle è perciò assai arduo e rischioso. Inoltre, e questo è altrettanto decisivo, dovrà orientarsi nella complicazione delle genealogie per trovare il suo posto nella storia delle generazioni che rappresentano il filo rosso che consente riconoscimento. L’essere umano sa chi è non solo se è riconosciuto dagli altri signifi cativi, ma se entra in un ordine che consente riconoscimento.
La famiglia non è solo luogo di affetti, di amore e odio, ma vive anche di un ordine strutturale e simbolico, vive di una dinamica generazionale che ha le sue regole e le sue leggi. Genealogie confuse, assenti o enigmatiche, non facilitano certo il viaggio che fa del bambino un figlio. Nella clinica, specie di orientamento generazionale, ben conosciamo le patologie connesse a tali accadimenti.
Il peso della responsabilità
Ecco infine alcune e non secondarie annotazioni. Stupisce che il tema della omogenitorialità, che comporta necessariamente il destino dei generati, venga posto quasi esclusivamente nei termini dell’eguaglianza di opportunità e di diritti degli adulti, eludendo il tema della responsabilità che sempre le generazioni precedenti hanno su quelle successive, tema che non è solo della singola persona o della coppia che fa questa scelta, ma anche del corpo sociale che può favorirla o ostacolarla avvertendone il pericolo per il proprio futuro.
Non sposiamo di certo la causa del determinismo per quanto riguarda sia lo sviluppo della persona sia la trasmissione tra le generazioni. Sappiamo bene (e l’atteggiamento che ha contraddistinto tutto il nostro lavoro di ricerca, di intervento e di formazione è lì a testimoniarlo) che, anche nelle situazioni più diffi cili, gli esseri umani, anche attingendo a incontri “benefi ci”, possono trovare risorse impreviste. E questo auguriamo ai bambini che crescono in contesti di “omoparentalità” e anche agli adulti che fanno queste scelte. Ma tutto ciò non ci esime dall’evidenziare il rischio e pericolo aggiuntivo di tali situazioni che la psicoanalista Janine Chasseguet-Smirgel con espressione forte così esprime: «Solo la mancanza di immaginazione permette di veder avanzare con tranquilla stupidità l’enorme massa di problemi che tutto questo ci propone e ci aspetta».
Stupisce anche, da un punto di vista psicologico, che il dolore profondo e l’angoscia che accompagna tali itinerari di vita (sia per gli adulti sia per i fi gli) venga così raramente alla luce. È come se non fosse possibile parlare di ostacoli, problemi, drammi, invidia, bisogno di riconoscimento essendo tutto coperto dall’“amore”.
La ricerca, come abbiamo visto, è rivolta soprattutto a sottolineare gli esiti di “normalità” nello sviluppo dei fi gli. Ma, se non è compito della psicologia patologizzare, non lo è neppure “normalizzare”. Piuttosto essa è chiamata a comprendere come si articola la bilancia risorse-rischi per aiutare le persone a far fronte alle diffi coltà, specie quelle che hanno a che fare con i processi di umanizzazione. Su questi temi oggi è molto diffi cile avviare discussioni “oneste” perché il discorso viene facilmente ideologizzato. Forse il tempo ci aiuterà a vedere con più chiarezza e meno semplifi cazioni ciò che queste scelte comportano. Al proposito anche su questo punto possiamo trarre qualche indicazione dalla storia delle ricerche e degli studi sui “figli del divorzio”. Infatti, mentre nelle prime ricerche gli aspetti di problematicità e di sofferenza venivano attribuiti riduzionisticamente allo stigma sociale, ora che tale stigma non può più essere evocato (stante anche la grande diffusione del divorzio che lo rende statisticamente normale) il peso e il dolore che accompagna questi fi gli, ora adulti, viene più facilmente alla luce.
Ci auguriamo che il corpo sociale possa rendersi conto dei problemi che l’omogenitorialità porta con sé e che si ponga ora responsabilmente doverosi interrogativi. Ciò implica sia il sentire di appartenere a un corpo sociale di cui si condividono le sorti future, sia la capacità di appoggiarsi ad argomentazioni solide.
Nello spettro delle argomentazioni la psicologia occupa un posto non marginale, ma non occupa di certo l’unico posto. Essa è un sapere empirico-clinico con le limitazioni inerenti al suo statuto scientifico e poggia inevitabilmente su presupposizioni antropologiche che, in tema di filiazione, fanno riferimento alla cultura che ha forgiato l’Occidente.
E perciò, anche noi ricercatori e operatori della salute non possiamo non fare i conti con la concezione dell’umano che ci guida e con i seri interrogativi che si pongono se essa viene messa in discussione. A meno di essere servi della stupidità sulla base del pregiudizio che «la ricerca ha dimostrato» e dell’affermazione che «tanto quello che conta è l’amore».

“Dobbiamo fidarci degli psicologi? Le loro ricerche e le loro teorie sull’omosessualità sono davvero attendibili? Che rilievo dobbiamo dare a quella minoranza di psicologi (perché certamente di minoranza si tratta) che continuano a sostenere che l’omosessualità è un disturbo della personalità, un «disordine oggettivo» (secondo il lessico del Magistero della Chiesa) e che i bambini hanno il diritto di crescere con un papà e una mamma, perché questa è la configurazione ottimale della famiglia?”

È stata saggia la decisione con la quale, poche settimane fa, il Tribunale di Bologna ha affidato una bimba di tre anni a una coppia gay? È la stessa cosa avere una madre e un padre o avere “genitori” gay? Quel Tribunale sembra esserne convinto: «In assenza di certezze scientifiche o dati di esperienza – esso scrive, motivando la propria decisione – costituisce mero pregiudizio la convinzione che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale».

 

Che in tal modo si usi di fatto una bimba come “cavia” per un esperimento familiare dei cui esiti nessuno può avere certezza, è tema che sembra non aver sfiorato la mente dei giudici. Ma possiamo anche arrivare a capirli (!), dato che oramai molti psicologi (forse non proprio tutti, ma certamente tanti) si muovono nel loro stesso senso, invocando per di più l’autorevolezza di rispettabili società scientifiche, come l’American Psychological Association, da vari anni attestata nella difesa della «normalità» delle coppie omosessuali.In Italia, poi, si ama sempre esagerare: la rivista «Infanzia e adolescenza», nel suo ultimo numero, dà addirittura notizia di recenti ricerche, che riscontrerebbero maggiore disponibilità, nei confronti dei figli, delle coppie omosessuali rispetto a quelle eterosessuali…Dobbiamo fidarci degli psicologi? Le loro ricerche e le loro teorie sull’omosessualità sono davvero attendibili? Che rilievo dobbiamo dare a quella minoranza di psicologi (perché certamente di minoranza si tratta) che continuano a sostenere che l’omosessualità è un disturbo della personalità, un «disordine oggettivo» (secondo il lessico del Magistero della Chiesa) e che i bambini hanno il diritto di crescere con un papà e una mamma, perché questa è la configurazione ottimale della famiglia?In breve: dobbiamo o no attivare petizioni, procedere a raccolte di firme, promuovere battaglie culturali contro i movimenti che in nome della psicologia (e quindi della scienza!) accusano di pregiudizio coloro che non sono convinti del carattere antropologicamente rilevante della differenza sessuale?

Cerchiamo di mettere bene a fuoco tale questione, che va molto al di là del pur rilevante caso della bimba di Bologna. E non cadiamo nella trappola di considerarla eminentemente psicologica. Nei suoi elementi essenziali, infatti, non si tratta di una questione psicologica, ma antropologica e giuridica. Quindi, non è agli psicologi che spetta l’ultima parola. Se affidiamo la questione alla psicologia, e non all’antropologia, come è invece giusto fare, cadiamo in una trappola da cui non riusciremo più a liberarci.

È probabile che molti psicologi (soprattutto i più arroganti) non siano in grado di percepire la differenza che si dà tra le due prospettive: per loro la psicologia assorbe l’antropologia, e dovrebbe quindi dettarne i confini (e per di più con autorevolezza scientifica). È una pretesa indebita, una variante del solito e monotono riduttivismo scientistico, quello per il quale l’uomo «non è altro che» politica, economia, fisiologia, alimentazione, storia, cultura, ragione, corpo… o anche psiche (e questo a seconda dei “gusti”, cioè della prospettiva scientista che si vuole privilegiare).

Non è così: l’uomo è tutto questo (politica, economia, alimentazione cultura, storia, ragione, corpo, psiche) e molto di più. A fronte di quegli psicologi che sostengono che la famiglia «cosiddetta naturale» rappresenta un’astrazione, va ribadito che l’indagine antropologica, quando non si lascia intimidire, mostra esattamente il contrario: la famiglia è il contrario di un’astrazione, è il luogo concretissimo, insostituibile, istituzionale dell’acquisizione dell’identità. E l’identità (con buona pace di certi psicologi) non coincide con l’io, ma con la “persona”: non è concetto riduttivamente psicologico, ma umano.

Può crescere “bene” un bambino affidato a una coppia gay? Tanti psicologi dicono di sì. Possiamo dirlo anche noi: perché mai non potrebbe? Non c’è esperienza umana, per quanto lacerante, che non possa essere occasione o presupposto di “bene”: non solo i miti e le favole (che parlano addirittura del destino “regale” che può offrirsi ai bambini più infelici), ma tutta la letteratura (si pensi ai romanzi di Dickens) ripetono incessantemente che è straordinaria la forza che emerge in bimbi abbandonati, strappati all’affetto materno e familiare, rinchiusi in orfanotrofi freddi e tristissimi o perfino cresciuti nei penitenziari.

A tutti è data la possibilità di una vita “buona”, perché la forza dello spirito può vincere ogni avversità. Non c’è dubbio quindi che anche i bambini affidati a una coppia gay – per di più riconosciuta dai giudici come equilibrata – possano non solo soggettivamente, ma anche oggettivamente crescere felici. Il problema che dobbiamo valutare – e che non è psicologico – è se la famiglia «cosiddetta naturale» rappresenti o no un bene antropologico da difendere e da promuovere e se queste nuove forme di affidamento familiare non siano modalità per offenderla.

Il modo giusto di difendere quel “bene” che è la famiglia non è quello di ipotizzare (con molta ragionevolezza, ma – ahimè – senza prove definitive) necessarie sventure o inevitabili sofferenze per chi cresca “senza famiglia” o in famiglie alternative, ma semplicemente quello di ribadire che solo la famiglia e il complesso dei vincoli «naturali» che da essa conseguono garantiscono l’ordine delle generazioni.

È in questo ordine che si realizza quel bene propriamente umano e personale che consiste nell’essere genitori e figli e non nel comportarsi come genitori e come figli (per quanto impeccabile questo “comportarsi” possa rivelarsi nei singoli casi). La questione, ripetiamolo ancora una volta, non è psicologica, ma antropologica: fino a quando non arriveremo a capirlo non potremo affrontarla in modo corretto e con onestà intellettuale.

https://nellenote.wordpress.com/2014/07/01/famiglia-la-trappola-della-nuova-psicologia/

ULTERIORE ARTICOLO FONDAMENTALE SULL’ARGOMENTO

http://www.movimentoinfanzia.it/coppie-damore-uguali-nella-differenza/

L’illusione omogenitoriale e della psicologiaultima modifica: 2015-08-13T01:32:47+02:00da allan11
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