Politica del desiderio e individualismo possessivo

Io credo che qualunque politica del diritto resta fatalmente inefficace (producendo norme scarsamente effettive) se non è accompagnata e sostenuta da una corrispondente politica del desiderio. E anche la politica dell’economia (della produzione e della distribuzione) presuppone, o addirittura è, una politica del desiderio. D’altra parte la scienza necessaria per giudicare un regime politico (politico-giuridico, politico-economico) è la scienza del giusto desiderio. Se dunque si riesce a generare, con mezzi leali, il giusto desiderio, si può, invece che controllare e costringere, convincere; e convincere, come sanno tutti i genitori e tutti gli educatori, è più efficace ed è meglio, è più nobile, che controllare e costringere.

Ora, quale desiderio egemone regna oggi nelle società scientifico-tecnologicamente, economicamente, militarmente evolute? Il desiderio – la sete – di ricchezza, potere, notorietà-successo: i tre beni che nella mia terminologia definiscono l’individualismo possessivo. Il quarto desiderio – la quarta sete – è quello del piacere inteso sia come verbo all’infinito (piacere a, esercitare attrazione, fascino) sia soprattutto come sostantivo (godimento); lo metto a parte, perché quando non nasce direttamente dal possesso dei primi tre beni ha caratteri fenomenologici alquanto diversi. Dovendo riassumere in una formula strategica brevissima la cultura dominante che ha spiazzato, sull’intero pianeta, le culture tradizionali, direi: scientismo tecnologico + individualismo possessivo. Il compito principale della filosofia oggi è dunque la valutazione critica (che può benissimo farsi separatamente) dello scientismo tecnologico e dell’individualismo possessivo, i due “ismi” che sono un po’ la ragione teoretica e la ragione pratica del moderno. Rinviando ad altri lavori per la critica dello scientismo tecnologico o del riduzionismo (1), mi concentrerò qui sull’individualismo possessivo, che è poi il più rilevante in termini di desiderio.

La cosa impressionante da rilevare preliminarmente è che l’individualismo possessivo è talmente egemone da accomunare non solo New York e Mumbai, Shanghai e Rio, Mosca e Milano, ma anche la destra e la sinistra, i ricchi e i poveri, i capitalisti e i lavoratori, gli idoli sociali e i criminali, gli Stati e le mafie. Il socialismo e il sindacalismo materialisti dei paesi “liberi” tendono a distribuire secondo un modello egualitario anziché elitario il profitto e il potere, ma non a superare i valori stessi profitto e potere, che anzi sono interiorizzati dagli strati subalterni, operai o terziari, con una fede candida e indivisa. Le riforme proposte dalla sinistra hanno raramente superato il progetto di una società “tutta di borghesi” (borghesi emancipati, non già i borghesi virtuosi classici). La sinistra e i sindacati, cioè le sedicenti guide della rivoluzione, spesso non sono stati altro che i potenti altoparlanti egualitari, tra le masse, della cultura egemone. Questo ha fatto, tendenzialmente, dei “colletti blu” e dei “colletti bianchi” nord-occidentali, consumatori mai sazi, nel loro rapporto con i paesi poveri, dei “borghesi del mondo” ben più numerosi, e dunque pericolosi, della borghesia elitaria classica. L’introiezione della cultura egemone da parte delle masse dell’intero pianeta contribuisce, poi, potentemente alla sofferenza animale e al degrado ecologico. Ma l’individualismo possessivo accomuna, anche, le star del profitto e del potere legali e le mafie. Una cultura secondo la quale i soli astuti e interessanti sono i ricchi i potenti i famosi, la vera riuscita umana è il successo in quei tre (e segnatamente nei primi due) campi, è una cultura, a tutti i livelli sociali, intensamente criminogena. Infelice quel paese in cui circola l’idea che il crimine è una via sbagliata per raggiungere gli obbiettivi giusti, in cui gli uomini di successo e i grandi criminali si distinguono in base ai mezzi più che ai fini, in cui gli onesti e i disonesti condividono uno stesso ideale e uno stesso desiderio. L’omogeneità di valori/beni/fini (diciamo l’omogeneità di antropologia, di concezione dello “sviluppo della persona”) tra destra elitaria, sinistra egualitaria e criminalità organizzata è imbarazzante; e l’imbarazzo aumenta ancora se si osserva che gli Stati stessi, almeno in politica estera, ricercano il profitto e il potere come beni unici o prevalenti. Il diritto internazionale affannosamente si adopera a regolare questa ricerca ma non la discute; assume come ovvio che, quanto a desiderio, gli Stati siano degli individualisti possessivi. Di fatto, attraverso le immense carneficine pubbliche eufemisticamente chiamate guerre, gli Stati hanno commesso, per il profitto e il potere, crimini che il più paranoico boss mafioso non ha probabilmente mai nemmeno sognato.

http://www.inventati.org/cortocircuito/2014/04/04/il-primato-dei-beni-non-esclusivi-come-chiave-dello-sviluppo-umano-pleromatico/

Politica del desiderio e individualismo possessivoultima modifica: 2015-05-22T18:35:32+02:00da allan11
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